Titolo Coreano: 양산도

Pronuncia Originale: Yangsan-do

Titolo Italiano:   La Provincia di Yangsan

Regista: KIM KI-YOUNG
Anno:  1955
Cast: Cho Yong-soo, Choe Ryong, Go Il-yeon, Go Seon-ae, Kim Seung-ho, Ko Seol-bong, Lee Gi-hong, Park Am
Sceneggiatore: Kim Ki-young, Lee Tae-hwan
Fotografia: Sin Hyeon-ho
Luci: Choe Jin
Montaggio: Kim Ki-young
Musica: Seong Gyeong-rin
Direttore Artistico: Jang Un-sang

Nazione: Corea del Sud

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 90

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Dramma Storico, Drammatico

Formato: 35mm
Distribuzione Internazionale: KOFA - Korean Film Archive

Sezione Festival: Kim Ki-young Retrospettiva

Anno Festival: 2009

Sinossi: Su-dong e Ok-ran sono promessi sposi fin dalla nascita, ma lo sciocco e presuntuoso Mu-ryong, figlio del potente ufficiale governativo locale Kim appena ritornato dalle sue scorribande in città, concupisce Ok-ran. La madre della ragazza, che non ritiene il promesso sposo degno della figlia, promette alla moglie di Kim di darla in sposa a Mu-ryong, ma la madre di Su-dong e il padre di Ok-ran sposano i due giovani in segreto. Fuggono ma vengono scoperti dai servi di Mu-ryong, che lasciano Su-dong moribondo: il padre di Ok-ran, in un impeto di rabbia, uccide uno dei servi e viene condannato a morte. Per risparmiargli la vita Ok-ran accetta di sposare il figlio di Kim, e Su-dong, tratto in salvo e curato dalla madre, dopo aver oltraggiato Ok-ran, per la disperazione si suicida. Il corteo nuziale passa accanto alla tomba di Su-dong, e la madre si uccide e trafigge con un coltello Ok-ran.


Recensione Film: Esempio perfetto di melodramma tradizionale in costume, è il film che Kim Ki-young considera come il suo migliore, e mette in scena una leggenda nazionale su una coppia di giovani che coniugano il loro sogno d’amore soltanto nella morte. In una delle prime scene Su-dong e Ok-ran si promettono che moriranno nello stesso giorno e alla stessa ora, quasi presagendo che l’unico modo per non farsi separare è ricongiungersi dopo la vita. Ma la continua diversione del loro stare insieme (elemento ricorrente e caratterizzante del melodramma) coinvolge anche la morte. Su-dong si impicca per il dolore, e Kim Ki-young trasfigura il corpo dell’amante impavido e coraggioso in una sorta di prefigurazione del fantasma, i lunghi capelli neri sciolti sul viso che nascondono i lineamenti e il dolore, il busto oscillante. L’amante deluso e tradito (ma soltanto perché Ok-ran possa salvare l’altro uomo amato, il padre, secondo un tema ulteriore del melodramma), minaccia di diventare uno spettro e di perseguitare l’amata da morto, ma è già fantasma sulla terra, volto-maschera terribile e incombente. Come le maschere grottesche dei musici e danzatori che accompagnano il corteo nuziale di Ok-ran e Mu-ryong, insieme portatori di gioia ma lugubri messaggeri della tragedia che sta per compiersi. Quando eccede i canoni del genere popolare, il film di Kim Ki-young raggiunge punte di poesia e di lirismo straordinarie, ma anche di una passionalità violenta che anticipano le opere successive del maestro. Capace di produrre una tensione erotica travolgente senza mai mostrare il compimento dell’atto o la nudità del corpo, dipinge grandi affreschi sensuali: è impossibile assistere alla scena in cui i due amanti camminano in equilibrio sui rami sospesi sul fiume e cadono in acqua, ritrovandosi fradici e complici, senza pensare ad alcune immagini analoghe di Primavera, Estate, Autunno, Inverno, e ancora Primavera di Kim Ki-duk. Ma a differenza del suo giovane discepolo, Kim Ki-young sa temperare la violenza del sentimento con l’ironia: è stupefacente la scena in cui Mu-ryong si prepara a concupire fisicamente la ragazza che ha fatto rapire (e che si rivela essere un’amica compiacente di Ok-ran), ingoiando un uovo crudo che gli cola lungo il mento. Oppure con l’immediatezza di un’evocazione simbolica: il film si apre con l’inseguimento di un coniglio (metafora dell’amor fugens), mentre la passione di Mu-ryong si dispiega nella cruda violenza con cui trafigge un pollo con una freccia. Emerge già con assoluta chiarezza (pur essendo la seconda pellicola del regista, che segue di pochi mesi l’esordio di The Box of Death) la straordinaria capacità visiva e immaginativa, e l’eleganza nella costruzione di quadri di cinema pittorico. Compiutamente moderno (e per nulla teatrale) il recadrage attraverso il quale, dall’interno della casa in festa, si intravedono gli schiavi che rapiscono la fanciulla, o quello della porta della casa della madre di Su-dong, aperta dalle torce accese del seguito di Mu-ryong, che si dischiude davanti alla figura ieratica della donna come una finestra sul buio e che anticipa il ritrovamento del corpo suicida. Ma è soprattutto la scena notturna dello scontro tra Mu-ryong e Su-dong, e dell’addio tra i due amanti, a spiccare per visionaria creatività, dove i corpi si stagliano in una danza di violenza contro un cielo nero, rischiarato dalle esplosioni pirotecniche di un albero incendiato dal fulmine, come un assaggio dell’espressionismo di Goryeojang. Il film si chiude con una scena onirica (andata perduta) in cui Su-dong scende dal cielo per ricongiungersi all’amata e portarla con sé: la promessa d’amore dei due giovani può finalmente essere onorata.

Relatore: Andrea Bellavita