Titolo Coreano: 시간

Pronuncia Originale: Si-gan

Titolo Italiano:   Il Tempo

Regista: KIM KI-DUK
Anno:  2006
Cast: HA Jung-woo, Sung Hyun-ah
Sceneggiatore: Kim Ki-duk
Assistente al Direttore: Jang Hun
Fotografia: Seong Jong-u
Luci: Nam Han-ho
Montaggio: Kim Ki-duk
Musica: No Hyeong-u
Direttore Artistico: Choe Geun-u
Costumi: Lee Da-yeon
Make Up: Jang Jin

Nazione: Corea del Sud

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 98 min.

Colore: Colore

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Drammatico

Formato: 35mm
Produzione: Kim Ki-duk Film
Distribuzione Internazionale: Finecut Co., Ltd.

Sezione Festival: Orizzonti Coreani

Anno Festival: 2007

Sinossi: Seh-hee e Ji-woo stanno insieme ormai da qualche anno e benchè Ji-woo sia innamorato della sua compagna lei è tormentata dalla gelosia e dall’insicurezza. La vera paura di Seh-hee è che il suo uomo si sia stancato del suo aspetto, che non la desideri più e che possa volerla tradire con altre donne. Per questo la ragazza decide di scomparire e di rivolgersi a un chirurgo plastico per far sì che lui la trasformi letteralmente in un’altra donna. Ji-woo dopo la sorpresa e il dispiacere per la scomparsa della sua fidanzata si imbatte in una misteriosa sconosciuta… 


Recensione Film: Sorprende davvero che “Time” sia stato rifiutato sia da Cannes sia da Venezia e che si sia dovuto accontentare di una prima come even-to d’apertura del Festival di Karlovy Vary.Sorprende perché simili rifiuti indurrebbero a pensare a un Kim minore (quello di “RealFiction” o “The Coast Guard”);e invece con “Time” siamo di fronte a un Kim in forma smagliante,capace di sedurre e ammaliare conuna costruzione di sceneggiatura e un impianto visivo all’altezza di alcune delle sue opere più compiute,quali “Bad Guy” e “LaSamaritana”.Come nel caso dei titoli summenzionati,si tratta di un Kim urbano,un’opera in cui la componente pulsionale più spintadel suo cinema (quella che domina “L’Isola” o “The Coast Guard”) pare tenuta a freno dal contesto metropolitano.Ciononostante,lacoppia dei protagonisti,in particolare Se-hee/Sae-hee (nomi la cui variazione fonetica corrisponde a quella tra le nostre é chiusa ed èaperta),si abbandona spesso e volentieri a sfuriate e isterismi in pubblico che trasgrediscono violentemente le norme del bon ton,nonsolo coreano,in tal senso inscrivendosi appieno nella galleria d’irrimediabili,memorabili ‘diversi’ tratteggiata da Kim.Il quale si conce-de pure un siparietto autoriflessivo,quando uno sboccato astante muove una severa reprimenda a Ji-woo per il suo gridare e a Sae-hee per la sua maschera:“ma dove pensate d’essere,sul palcoscenico di un teatro?” Una battuta che è una chiave d’accesso al cinemadi Kim Ki-duk,dove i confini tra realtà e astrazione si confondono (l’impossibile dislocazione notturna di Sae-hee che piange sulla scul-tura localizzata su un’isola a largo della costa coreana occidentale) in un surrealismo che sfugge le chiare (e banali) associazioni simbo-liche.Un cinema che non rimane immobile,ma evolve,giacché “Time” (si noti che il coreano “sigan” sottende un’accezione durativapiuttosto che puntuale di tempo) è con buona probabilità l’opera più dialogata di un Kim che si era fatto un nome per la ferina nonverbalità dei suoi personaggi.Una delle tappe più struggenti e accessibili del suo percorso d’autore:assolutamente imperdibile.


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