Titolo Coreano: 여자, 정혜

Pronuncia Originale: Yeo-ja, Jeong-hye

Titolo Italiano:   La Ragazza Jeong-hye

Regista: LEE YOON-KI
Anno:  2004
Cast: Hwang Jung-min, Kim Hye-ok, Kim Ji-su, Lee Geum-ju
Sceneggiatore: Lee Yoon-ki
Fotografia: Choe Jin-ung
Luci: Lee Cheol-o
Musica: Lee So-yun, Lee Yeong-ho
Direttore Artistico: Seo Myeong-hye
Costumi: Chae Kyung-wha
Make Up: Kim Jin

Nazione: Corea del Sud

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 95 min.

Colore: Colore

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Drammatico

Formato: 35mm
Produzione: LJ Film
Distribuzione Internazionale: CJ Entertainment

Sezione Festival: Lee Yoon-ki Retrospettiva

Anno Festival: 2008

Sinossi:

Jeong-hae pulisce accuratamente le piante del suo appartamento, prepara pasti elaborati che consuma da sola, guarda la televisione e si addormenta davanti allo schermo accesso. Forse non dorme ma, con gli occhi chiusi, cerca di non ricordare. Jeong-hae lavora in un ufficio postale, in cui ha pochi contatti con le colleghe e rivolge appena qualche sguardo ai clienti. Jeong-hae è sola, non parla mai e cerca di dividere la sua solitudine con un gatto trovato per strada. Jeong-hae cammina in bilico sulla vita, facendo attenzione che niente possa farle mai male, o possa costringerla a qualche rapporto troppo stretto, troppo vicino, troppo caldo. Nel passato di Jeong-hae c’è una violenza terribile, che l’ha anestetizzata dal mondo, e che ha alzato un muro di indifferente lontananza dalle persone e dalle relazioni. Ma a poco a poco questo muro si crepa: forse lascia entrare un sentimento, un essere umano, timido e introverso come lei, ma soprattutto lascia uscire l’orrore dei ricordi. Jeong-hae, soffrendo, riuscirà ad affrontarli.


Recensione Film: Lee Yoon-ki adatta un romanzo di Wu Ae-ryng, “Yeoja, Jeong-hae” (anche titolo originale del film), per raccontare una storia di solitudine e di traumi rimossi, ma soprattutto per tratteggiare uno straordinario ritratto femminile. Kim Ji-soo (qui all’esordio, ma la ritroveremo in “Murder”, “Take One” e in “Traces of Love”), presta il volto sofferente e trasognato e una fisicità controllata e contratta ad un personaggio complesso e profondo (che otterrà il premio per la migliore attrice al Festival di Singapore). Jeong-hae non è semplicemente una vittima, né una sconfitta dalla vita, ma una donna che cammina sul filo sospeso delle emozioni e dei ricordi. È un’anima divisa in due: è attratta dalle relazioni con gli altri ma si tiene distante, respira il fumo delle sigarette che i suoi colleghi fumano oziosamente, si concede qualche attenzione, ma poi si ritrae. Il talento di Lee Yoon-ki è quello di risucire ad scendere in profondità semplicemente sfiorando i corpi e le situazioni: la scena in cui Jeong-hae deve soffocare il proprio disgusto e fastidio mentre un commesso la aiuta ad indossare un paio di scarpe toccandole il piede e la caviglia, è un piccolo capolavoro di eleganza registica. Dentro di lei c’è un nodo di dolore e di umiliazione che non riesce a sciogliere, ma che continua a spingerla indietro, verso il passato. Lee Yoon-ki utilizza il flashback come forma linguistica perfetta per mostrare visivamente questo inconscio rimosso che continua a premere sul presente: piccoli inserti, spesso non più densi di un flash, punteggiano l’andamento del racconto e lo proiettano verso il passato, costringono ad un salto, una discontinuità. Insieme ci aiutano a capire (soltanto nella seconda parte del film scopriamo che la ragazza è stata violentata in famiglia durante l’adolescenza, e che anche i suoi rapporti sentimentali hanno avuto una marca di sopraffazione), ma anche ci impediscono di proseguire, spezzano il ritmo. Hanno una funzione speculare, di contrasto e di chiasmo, sono usati “al contrario” rispetto ad un semplice raccordo simbolico (qualcosa nel presente rimanda a qualcosa di simile nel passato attraverso l’associazione del ricordo): quando Jeong-hae riporta a casa il ragazzo ubriaco e incomincia ad accarezzargli dolcemente i capelli, improvvisamente si attiva il ricordo della violenza. Soltanto nel momento in cui la ragazza si sente al sicuro (si può prendere cura di un maschio “svuotato”, reso bambino e innocuo dall’alcool, dalla dolcezza e dal dolore) può rientrare in contatto con se stessa e riprendere il dominio della sua vita. E qui il film ha un’improvvisa, inattesa, torsione: letteralmente Lee Yoon-ki regala e consacra il racconto a Jeong-hae e le lascia tutto il tempo di cui ha bisogno. Il ritmo regolare e cadenzato con cui ha descritto la sua vita finora lascia il posto a lunghissime dilatazioni temporali: lo spazio infinito durante il quale la ragazza riesce a sedersi di fianco al suo violentatore, riempito soltanto dal frinire dei grilli, dalle lacrime che non riescono ad uscire, dallo sforzo sovrumano per prendere un coltello nella borsa che si confonde con quello per controllarsi. Poi la fuga, la caduta, e, finalmente, il nodo si scioglie: nelle lacrime, davanti ad uno specchio, in un nuovo pozzo temporale, che sembra un omaggio a quell’Alain Resnais che Lee Yoon-ki dimostra di conoscere ed amare tanto.


Trailer: