Titolo Coreano: 인정사정 볼 것 없다

Pronuncia Originale: Injeong sajeong bol geot eobtda

Titolo Italiano:   La Caccia è Aperta

Regista: LEE MYUNG-SE
Anno:  1999
Cast: Ahn Sung Ki, Jang Dong-kun, Park Joong-hoon, Sim Cheol-jong
Sceneggiatore: Lee Myung-se
Fotografia: Chung Kwang-suk
Musica: Jo Seong-woo

Nazione: Corea del Sud

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 112'

Colore: Colore

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Azione

Formato: 35mm
Produzione: Tae Won Entertainment
Distribuzione Internazionale: Kofic - Korean Film Council
Distribuzione Italiana: Mikado

Sezione Festival: Rassegna Lee Myung-se

Anno Festival: 2008

Sinossi:

Su una gradinata spazzata dalla pioggia, un killer freddo e spietato compie un omicidio in pieno giorno: sulle sue tracce si lanciano come mastini arrabbiati i detective Woo e Kim. Il primo è un drop out tutto sigarette, cibo cattivo e violenza gratuita con i delinquenti, il secondo è un uomo tranquillo, tutto casa e fedeltà alle regole, che va in crisi la prima volta che deve uccidere un uomo. L’inseguimento dura 72 giorni, durante i quali Woo e Kim passano da un sospettato all’altro, da una violenza all’altra, da un appostamento all’altro, rischiando di perdere la vita (Kim) e la lucidità (Who). Alla fine il killer sarà sconfitto, ma a che prezzo?


Recensione Film:

“Nowhere to Hide” è il film che ha fatto conoscere Lee Myung-se alla critica e al pubblico internazionale, complice anche una massiccia esposizione festivaliera (tra il 1999 e il 2000 è presentato a Pusan, Vancouver, al Karlowy Vary, a Londra, Miami, New York, San Francisco e al Sundance) e ha una discreta distribuzione fuori dalla Corea (è l’unica pellicola di Lee Myung-se programmata nelle sale italiane). I detective Woo e Kim e il killer Sungmin sono tratteggiati pescando da tutto l’immaginario dell’hard boiled americano e del cinema noir di Hong Kong, con puntate dalle parti di Kitano e dei Coen. L’entrata in scena di Sungmin (occhiali neri sotto la pioggia, motivo musicale a sottolineare, muscoli facciali immobili) è una lettera di ringraziamento per l’ispirazione spedita a John Woo, così come l’articolazione delle scene di combattimenti e degli inseguimenti. Ma al di là della loro componente fisica e dinamica (che rimane centrale: per Lee Myung-se “Nowhere to Hide” è prima di tutto un film sul movimento), la coppia di poliziotti sembra anticipare quella di “Murder take” di Jang Jin: dietro la violenza contro i criminali, questi uomini di legge nascondono tutta la loro frustrazione e la loro impotenza. La parabola di Woo è un percorso di fallimento: perché non riesce a proteggere Kim e ne mette in pericolo la vita, perché non riesce a stabilire un dialogo con Juyon (la donna di Sungmin) e perché in fondo perde il duello finale con il killer, che deve arrendersi solo dopo essere stato circondato dalla polizia. Anche qui, come in tutti i film di Lee Myung-se, il tema dell’inseguimento esce dai confini del genere e si trasforma in un percorso d’amore: Woo riconosce in Sungmin un modello di eccellenza al negativo (ma con il quale vorrebbe sostituirsi), e progressivamente la sua caccia all’uomo si fonde con un grottesco corteggiamento muto ad una donna. Per questa ragione Lee Myung-se riesce a fare di Woo un eroe romantico, anche quando sembra togliergli qualunque tratto di umanità o di realismo: a partire dal prologo del film, in cui Woo affronta da solo una banda di criminali in un capannone abbandonato, con toni ed eccessi da fumetto. Per trovare le tracce degli uomini bisogna scavare tra le immagini, con la stessa ostinazione di Woo e Kim, perché tra loro e noi il regista predispone una cortina di virtusosismi visivi. Ogni sequenza è realizzata con uno stile differente, e vengono sperimentate praticamente tutte le soluzioni di ripresa e di montaggio possibili, amalgamate da una fotografia di colori saturi che trasfigura lo scenario buio e piovoso della città portuale di Inchon in un delirio cromatico. Lo stesso succede sul piano musicale, a partire dal potente tema musicale di Sungmin (un pezzo pop in inglese), che nel duello finale assume una molteplicità di toni, declinandosi di volta in volta in un’aria da film western di Leone (un altro nume tutelare), e in una marcia militare. Il risultato è una straordinaria generosità di sensazioni, un trionfo di suoni, immagini e di cinema: puro piacere della visione.