17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze

I-EOH ISLAND

Titolo Coreano:
이어도
Pronuncia Originale:
I-eodo
Titolo Italiano:
l’Isola di I-eo
Regista:
Anno:
1977
Durata:
110 min
Cast:
Choi Yun-seok, Gwon Hye-mi, Kim Chung-chul, Ko Sang-mi, Lee Jeong-ae, Park Am, Park Jung-ja, Yeo Po
Sceneggiatore:
Fotografia:
Musica:
Nazione:
Corea del Sud, Francia, Giappone, USA, Regno Unito
Formato:
Colore:
Colore, Bianco e Nero
Formato:
35mm, HD, DCP, Beta, 16mm, 2D, MOV
Lingua:
Inglese, Italiano, Coreano, Giapponese, Cinese, Mandarino, Francesce
Sottotitoli:
Italiano, Inglese, Tedesco, Francesce
Genere:
Formato:
35mm, HD, DCP, Beta, 16mm, 2D, MOV
Distribuzione Internazionale:
Edizione Festival:
Rassegna/Retrospettiva:
Sinossi

Sunwoo Hyun lavora per una grande impresa del turismo, che vuole costruire un albergo di lusso sull’isola di Ieodo, considerata un territorio magico e misterioso. Si reca sull’isola con un piccolo gruppo di giornalisti, per fare pubblicità all’impresa, ma durante il viaggio Cheon Nam-suk, un reporter originario dell’isola, si ribella al progetto e attacca Sunwoo. Questi gli propone una gara di bevute per dirimere la questione, ma quando entrambi sono ubriachi, Nam-suk sparisce. Sunwoo viene accusato di omicidio e poi prosciolto, ma torna sull’isola con il direttore del giornale di Nam-suk per fare luce sulla sua vita. Qui conosce la sciamana dell’isola, e varie altre donne, tra le quali la “donna del bar”, che gli racconta del suo passato e della sua relazione con l’uomo. Ma nulla è come potrebbe sembrare, e la magia è l’unica arma per riuscire a dominare gli eventi.

Recensione Film

uomini che entrano in contatto con le donne-maghe che popolano l’isola, con la sciamana o con la protagonista, Min-ja, che è insieme fantasma e posseduta, vittima e dominatrice. Lo spettatore è letteralmente perduto e posseduto. La possessione è il tema centrale del film: possessione di spiriti, ma anche possessione fisica. Il pre-finale del film è una delle scene più sconcertanti del cinema di tutti i tempi: dopo essere stato recuperato dal mare, il corpo di Nam-suk è preda di mercanteggi fra le donne, e finalmente ottenuto da Min-ja. Intorno al corpo senza vita dell’uomo, anche la donna riacquista la sua identità: non sarà più la “donna del bar”, ma confesserà di essere proprio l’adolescente che ha ceduto la sua vita e la sua verginità al giovane Nam-suk. Legata su uno scoglio di fronte ai flutti (l’immagine prometeica continua a “possedere” tutto il cinema di Kim: questa volta nella doppia variazione “al femminile” e “marina”), per placare l’ira dello spirito, viene spogliata e violentata dal ragazzo, che poi la lascia al suo destino. Dopo che le spire del racconto si sono avviluppate per tutto il film, questo ricongiungimento carnale sembra una specie di naturale conclusione, quasi confortante. Ma quello che lo spettatore si trova di fronte è tutt’altro che confortante. Nam-suk, cadavere, viene disteso nudo e il suo pene viene reso rigido mediante l’inserimento di un bastoncino rituale, e Min-ja si abbandona ad un coito selvaggio e senza freni, che non può non far pensare a L’impero dei sensi di Nagisa Oshima (Ieodo arriva appena un anno dopo). La stessa forza immaginifica e letale, la stessa disperazione nel racconto del rapporto tra uomo e donna, lo stesso uso del corpo maschile come puro oggetto: là un pene mozzato, una stupefacente scena di necrofilia, in cui la morte è continuamente raddoppiata nella passione: non solo Nam-suk è morto, ma anche Min-ja è una sorta di fantasma sopravvissuto a se stesso. Ieodo è un sogno, una fantasia perversa, un incubo, una magia. Tutto, al suo interno, è imprendibile: a partire dalla struttura narrativa, che si dispiega semplicemente come un susseguirsi di flashback, tenuti insieme dalle vicende di Sunwoo e dal suo viaggio nell’Isola, e introdotti da un rumore di bolle nell’acqua. La stessa isola è un luogo immaginario, un’isola che non c’è, è popolata da una società matriarcale di “donne-pesce”: come viene ripetuto molte volte, gli uomini se ne vanno dall’isola, e possono trovare la morte in mare (o esserne “risucchiati a distanza”, come accade al padre di Nam suk), mentre le donne diventano nuotatrici. Maghe, streghe dell’acqua: ancora una volta è impossibile non pensare ad una protagonista del cinema del discepolo Kim Ki-duk, la maga de L’isola, che vive con l’elemento liquido una relazione analoga a quella delle donne del maestro Kim. Incerto è anche il genere nel quale collocare il film: una storia noir (tutto il racconto ha origine dal mistero della morte improvvisa di Nam-suk, a sua volta “risucchiato” dal mare, come si intravede in una delle prime, stranianti, inquadrature), sul quale si innestano elementi quasi horror e fantastici, ma anche fortemente erotici. Eppure, in un certo modo, anche Ieodo è un’ulteriore variazione sul tema del “trittico della serva”, con protagoniste donne che sono al tempo stesso vittime della subordinazione all’uomo, ma anche terribili carnefici, in grado di portare la morte intorno a loro. All’interno del nostro piccolo percorso nel cinema, e nella mente, di Kim, Ieodo costituisce poi una straordinaria sorpresa visiva, perché mette in scena la capacità del maestro di giocare con il colore: qui già ampiamente metabolizzata, e libera dai deliri kitsch di alcuni film precedenti.