Titolo Coreano: 하녀

Pronuncia Originale: Hanyeo

Titolo Italiano:   La Domestica

Regista: KIM KI-YOUNG
Anno:  1960
Cast: Ahn Sung Ki, Gang Seok-je, Go Seon-ae, Ju Jeung-ryu, Lee Eun-sim, Um Aing-ran, Wang Suk-rang
Sceneggiatore: Kim Ki-young
Fotografia: Kim Deok-jin
Luci: Go Hae-jin
Montaggio: Oh Young-Keun
Musica: Han Sang-ki
Direttore Artistico: Park Seok-in

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 90 min

Colore: Bianco e Nero

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Drammatico

Formato: 35mm

Sezione Festival: Kim Ki-young Retrospettiva

Anno Festival: 2009

Sinossi:

Kim Dong-sik insegna canto alle lavoratrici di un’azienda tessile, e riceve una lettera d’amore da parte di una sua allieva: la denuncia alla direttrice, procurando così il suo licenziamento e il suo suicidio. Per vendicarsi, un’amica della ragazza, Gyeong-hee, prima si introduce nella casa dell’uomo con il pretesto di farsi dare lezioni di pianoforte, e poi riesce a insinuare un’altra ragazza, Myeong-sook, come domestica. Mentre la moglie, incinta, di Dong-sik è in visita dai genitori, la ragazza riesce a sedurre l’uomo e a diventarne l’amante. Quando la moglie torna, la domestica non accetta di essere messa da parte, e incomincia un gioco al massacro che coinvolge tutta la famiglia: a sua volta incinta dell’uomo si procura un aborto, avvelena uno dei figli della coppia, e riesce a trasformare la moglie in serva. L’unica conclusione possibile è un doppio suicidio, in cui l’uomo e l’amante si ritrovino nell’ultimo abbraccio letale. Ma Dong-sik sceglie di morire al fianco della moglie. Forse però tutto è stato soltanto un “brutto pensiero”, suscitato dalla lettura di un articolo di giornale.


Recensione Film:

Il capolavoro di Kim Ki-young, il suo film più conosciuto, citato, commentato e soprattutto rifatto: lo stesso regista ne opera due remake, e il germe del racconto si ritrova praticamente in tutti i suoi film. È un film maledetto, che racconta una storia di incredibile crudeltà: quella della “domestica” nei confronti della famiglia dell’uomo raggiunge i confini del parossismo. Uccide un bambino, vorrebbe fare la stessa cosa con il neonato, e costringe la donna a servirla, portandogli la colazione in camera dopo aver dormito con il marito. E una violenza analoga viene riservata contro se stessa: si lancia dalle scale per procurarsi l’aborto, usa il veleno per topi per suicidarsi. Il titoli di testa del film vedono i due figli della coppia impegnati in un complicato gioco di destrezza con le dita e uno spago: è la contorsione, l’annodarsi dei giochi della perversione, il vero centro del film. Che spesso viene considerato come l’emblema della perversione assoluta del regista: quello per la donna mortifera, pericolosa, per la “donna insetto”, per la “donna fuoco”, per la “donna maga”. E come tale, come ossessione e come pensiero dominante, viene considerato come un film “singolare”, eccessivo nel racconto e nella storia. Oppure, visto con occhi occidentali, “nazionale” o “culturale”, messa in scena della difficoltà della società sud-coreana di gestire la relazione tra uomo e donna, e soprattutto l’emancipazione femminile. Per certi versi The housemaid è un film conservatore e maschilista: non perché metta in scena soltanto figure di donne deboli, o cattive, o sbagliate. Perché se è vero che il protagonista Dong-sik è un perdente assoluto, un maschio impotente (non nel senso fisico, ma identitario), che finisce nelle spire di ben tre pretendenti sessuali, e che non può risolvere il proprio scacco se non nella morte, è ancor più vero che tutti i personaggi femminili sono virati al segno negativo: non solo Myeong-sook, terribile e bellissima, ma dai tratti sfigurati dalla crudeltà e dalla volgarità, serva inferiore, donna imperfetta che fuma voluttuosamente e cammina a piedi scalzi, ma anche Gyeong-hee, anch’essa innamorata dell’uomo, che non esita a minacciarlo, a ricattarlo e a portare nella sua vita il germe della follia. Salvo poi riuscirne sconfitta, colpita (letteralmente: accoltellata) da quell’ulteriore suo doppio femminile ancora più perverso, da quel grado zero della felinità che non può controllare. Myeong-sook è un’emanazione maligna di Gyeong-hee (così come in un certo senso lo era la prima amica, che cade in disgrazia per colpa sua): entra improvvisamente nel film e nella vita di Dong-sik, non ha passato, non ha presenza, non ha vestiti e non ha effetti personali tranne i suoi lunghi capelli stregoneschi e le sue sigarette. È un doppio malato, parto mentale di una fantasia inconfessabile: viene generata dalla sete di vendetta di Gyeong-hee come uno spirito maligno. Ma anche la moglie di Dong-sik non è un personaggio definitivamente positivo: remissiva, ma anche capace e pronta di accettare ogni compromesso pur di non rompere l’equilibrio. E soprattutto, e qui sta la marca di “maschilismo”, colpevole di aver costretto il marito a dare lezioni di piano per guadagnare il denaro per una nuova casa. Di questo si scuserà alla fine, mentre il marito sta morendo davanti a lei. Ma forse davvero nulla è accaduto: Dong-sik può ridere e fare la morale allo spettatore, e la moglie può cacciare fuori dalla stanza una Gyeong-hee subordinata e taciturna. Ma basta guardare la concupiscenza con cui la ragazza respira il fumo che esce dalla bocca dell’uomo, per capire che il fuoco sta per divampare.

Relatore: Andrea Bellavita

Trailer: