Titolo Coreano: 첫사랑

Pronuncia Originale: Cheot sarang

Titolo Italiano:   Primo Amore

Regista: LEE MYUNG-SE
Anno:  1993
Cast: Cho Min-ki, Choi Chong-won, Kim Hye-soo, Song Young-chang
Sceneggiatore: Lee Myung-se, Yang Seok-hui
Fotografia: Na Seung-yong
Musica: Song Byeong-joon

Nazione: Corea del Sud

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 112'

Colore: Colore

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Melodrammatico

Formato: 35mm
Produzione: Sam Ho Films Co. Ltd
Distribuzione Internazionale: KOFIC

Sezione Festival: Rassegna Lee Myung-se

Anno Festival: 2008

Sinossi:

Young-shin è una ragazza dolce ed ingenua, sognatrice ed inguaribile romantica, che si innamora del suo professore di teatro, Chang-sook. Per questo piccolo maudit di provincia, che sembra più un uomo in decadenza che un poeta decadente, che si ubriaca di continuo, fuma sigarette e declama Baudelaire, la piccola Young-shin sperimenterà il “primo amore”, quello assoluto, fatto di poesia e di illusioni. Ma anche di disillusioni cocenti: quando scoprirà che il suo innamorato ha moglie e figli, non le resterà che lasciare il mondo dei sogni e ritornare sulla terra. A piangere sulla spalla della mamma.


Recensione Film:

“First Love” è un film compiutamente “moderno” ed è interessante vederlo accostato agli ultimi tre lavori di Lee Myung-se, che potremmo definire, senza paura di utilizzare concetti e categorie ormai abusate, “postmoderni”. Alcune delle intuizioni che troviamo già in nuce nei suoi primi lavori (a partire da “Gagman”) sono qui svolte ad un livello più maturo, e funzionano come un nuovo punto di partenza rispetto allo straordinario sviluppo degli ultimi anni: in particolare la sperimentazione linguistica, la scelta di introdurre nel racconto inserti grafici ed anti-realisti, la sovrapposizione del livello del reale con quello dell’onirico. È un film “moderno” perché, nei primi anni del decennio Novanta (il 1993 è “ancora” qualcosa di precedente rispetto al punto di svolta del 1996) sembra prendere su di sé in modo consapevole un’idea di nouvelle vague che nel cinema coreano si manifesta con tempi e modi molto diversi dall’esperienza europea: la costruzione di un tratto forte e riconoscibile, l’esplicitazione di una “marca autoriale” che si mette in mostra, il gioco ostentato con il linguaggio. Girato interamente in studio, con una leggerezza e un gusto per l’invenzione surreale che fa pensare a Jacques Demy, è un’esplosione di sentimenti e di invenzioni, di sfrontato spiazzamento dello spettatore. Young-shin crede di vedere nel suo triste professore un eroe romantico e il grande amore della vita, così Lee Myung-se segue il filo dei suoi pensieri trasformando questa distorsione “sentimentale” in una You Young-gilltrasformazione visiva: i sogni della ragazza diventano stanze piene di luce bianca, disegni e frasi d’amore tracciate su romantici bigliettini, inserti di fumetto, esplosioni cromatiche. Ma Young-shin non è semplicemente una piccola Amelie coreana: il regista media costantemente la deriva onirico-romantica con le tracce di una riflessione sul ruolo sociale della donna. Che deve occuparsi dell’amante ubriaco e accompagnarlo a dormire in un albergo, ma soprattutto che deve accettare la disillusione della realtà: aprendo una porta (quella della consapevolezza e della maturità), lo trova improvvisamente ricollocato all’interno di un quadro di cocente normalità. Sobrio, in costume tradizionale, con mogli e figli: è in posa per una foto, per un festeggiamento. Fuori dalla cornice di una storia romantica, c’è il frame della convenzione e degli obblighi sociali: non c’è più posto per il “primo amore”, così come in “Their last love”, non ci sarà posto per l’ultima passione.