Titolo Coreano: 비몽

Pronuncia Originale: Bi-mong

Titolo Italiano:   Sogno

Regista: KIM KI-DUK
Anno:  2008
Cast: Chang Mi-hee, Han Gi-jung, Jin Tae-hyun, Kim min-su, Lee Joo-seok, Park Zi-a
Sceneggiatore: Kim Ki-duk
Fotografia: Jeon Jae-hong
Luci: Gang Yeong-chan
Montaggio: Kim Ki-duk
Musica: Park Ji-woong
Direttore Artistico: Lee hyun joo
Materiale di scena: Jang Jin
Arti Marziali: Jeun Moon-shik

Nazione: Corea del Sud

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 95

Colore: Colore

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Drammatico

Formato: 35mm
Distribuzione Internazionale: Showbox/Mediaplex

Sezione Festival: Closing Film Festival

Anno Festival: 2009

Sinossi:

Jin ha un incubo in cui sogna di investire un uomo. Il giorno seguente scopre che è avvenuto davvero un incidente nello stesso tratto di strada che aveva sognato. Ad essere incolpata è Ran, una ragazza che è convinta di aver dormito nel momento dell’incidente a casa sua. Il ragazzo comincia a pensare che le loro menti siano collegate: tutto ciò che Jin sogna, infatti, viene compiuto in stato incosciente dalla ragazza…per colpa proprio di questo legame onirico, i due finiranno nei guai.


Recensione Film:

Di fronte all’evidenza fotografica delle videocamere di sorveglianza Ran non può far altro che ribellarsi fino al punto di non riconoscersi, l’unica forma attendibile tra il sogno e la realtà è quella condizione di passaggio che lo stesso ufficiale di servizio incaricato di interrogarla chiama sonnambulismo, l’unica che per un istante gli permette di sopportare l’aberrazione di un sogno che si inabissa nella realtà, perché “un sogno è un sogno e la realtà è la realtà”. Una finzione reale ci porta a fare i conti con il suo film probabilmente meno conosciuto e meno amato, quel Real Fiction che dell’involucro teatrale si faceva in realtà beffe aprendolo alla forza distruttiva di una deambulazione senza requie. Dream si dipana (letteralmente) e si riavvolge entro spazi angusti, dove il riflesso, il frammento, la visione come ferita o feritoia che attraversa quasi tutta la filmografia del regista è qui apparentemente meno esplicita, ma proprio per questo possiede ogni singola inquadratura. È lo spazio stesso che si tramuta in occhio, diviso quasi sempre da un diaframma della visione, occupato com’è da quella cataratta sull’immagine che sono i veli lavorati da Ran; in un set dalla planimetria sfuggente ed eccentrica, tempo e spazio subiscono un avvitamento capace di scardinarne i confini teatrali; la bellissima sequenza ambientata nel campo di grano è un rovesciamento continuo della visione scopica, Kim Ki-duk la filma con una distanza sorprendentemente bidimensionale, introducendo la frammentazione del punto di vista come un’idea forte, stratificata e aderente all’immagine stessa; senza abdicare alla presenza ingombrante del mezzo o alla forma seduttiva della visione soggettiva, lavora semplicemente con immagini dentro altre immagini. Ancora una volta un esempio di cinema fatto di corpi e segni lanciato verso un minimalismo estremo orientato all’invisibile; tutti i momenti dove Jô Odagiri e Na-yeong Lee costringono i loro volti in una galleria di maschere posturali, forzando gli occhi a rimanere aperti e vigili contro il mondo dei sogni, sono attraversati dall’evidenza di un segno grottesco che si tramuta di volta in volta nell’immagine opposta o in un riflesso di doppi, tripli, quadrupli significati o ancora, nell’ambi-valenza storica della maschera teatrale e nell’assenza stessa di significato. Dream è un film disperato e libero.


Trailer: