Titolo Coreano: 해안선

Pronuncia Originale: Hae-an-seon

Titolo Italiano:   Il Guardia Costa

Anno:  2002

Nazione: Corea del Sud

Formato Film: Lungometraggio

Durata: 100 min

Colore: Colore

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Drammatico

Formato: 35mm
Distribuzione Internazionale: FineCut Co. Ltd.

Sezione Festival: Kim Ki-duk Retrospettiva

Anno Festival: 2005

Sinossi:

Un angolo di costa fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. In una base militare i soldati sorvegliano il confine. Una notte, mente una giovane coppia di innamorati sta facendo l’amore nella zona demilitarizzata, un militare troppo ligio al dovere li vede e, scambiando l’uomo per una spia, lo uccide. La donna, che vede l’amato colpito da un proiettile in fronte e dilaniato da una bomba a mano, non si riavrà mai dal trauma. Il soldato che ha ucciso l’uomo, anch’egli in stato di shock, viene congedato. Sulla strada verso Seul si renderà conto di ciò che ha fatto: tormentato dai rimorsi, non riuscirà a condurre una vita da civile e farà ritorno alla base, dove il suo stato mentale peggiorerà fino a trasformarlo in un fantasma omicida…


Recensione Film: Dalla fine della guerra di Corea una cortina di ferro separa, all’altezza del 38° parallelo, il nord comunista dalla Corea del Sud. Una dolorosa lacerazione, una ferita profonda che il cinema sud coreano ha raccontato più volte, soprattutto in anni recenti. Mai però Kim Ki-duk era stato così esplicito nell’indicare proprio in quella ferita, in quella linea tracciata col righello su una carta geografica, una delle origini di quel malessere e di quel dolore che caratterizzano i suoi personaggi. E proprio in questo, nel non dar conto al suo spettatore delle ragioni di quel disagio, risiedeva una delle ragioni del fascino dei suoi film e della loro capacità di raggiungere anche gli spettatori più lontani dalla realtà sud coreana. Con The Coast Guard Kim sembra invece voler mettere a fuoco l’origine della rabbia, della violenza cieca, della follia autodistruttiva e masochistica di molti dei suoi personaggi come se, giunto al suo ottavo lungometraggio, avesse pensato che fosse tempo di svelare il mistero. E se la riuscita può lasciare qualche perplessità, se il film presenta qualche lentezza o qualche slabbratura, nessun dubbio ci può essere sul desiderio di Kim ki-duk di raggiungere con questo film un pubblico più vasto, lui che ha raccolto i consensi di una parte – minoritaria – della critica, lui che è andato spesso incontro a fraintendimenti tanto in patria quanto all’estero e lui che, soprattutto, è sempre stato accolto con freddezza proprio dal pubblico del suo paese, al quale i suoi film erano e sono principalmente diretti. Ecco che allora The Coast Guard riprende i fili sparsi della produzione precedente e ne tenta una sintesi. Ritornano i pesci di The Isle (senz’ami, però) con il loro statuto di parenti stretti dei personaggi; ritornano il tema della follia omicida (Real Fiction) e ritorna quel modo di costruire il racconto in barba a qualsiasi verosimiglianza che aveva trovato in Bad Guy la sua massima espressione. E se anche in The Coast Guard Kim Ki-duk sceglie di tener fede al vero prima che al verosimile, di badare alla poesia più che alla prosa, qui lo fa con qualche compromesso in più rispetto ai film precedenti: si sente vivo il desiderio di risultare più piano, più esplicito, più comprensibile; di avvicinarsi al pubblico, pur senza rinunciare del tutto alla propria originalità e al proprio stile. Che non si tratta dell’inizio della fine, che Kim Ki-duk non ha annacquato il proprio talento, che non sta perdendo la grinta dei primi, selvaggi lungometraggi, ce lo confermano i suoi lavori successivi. Che questa volta abbia centrato l’obiettivo di raggiungere un pubblico più vasto, ce lo dice il fatto che The Coast Guard nella prima settimana di programmazione è balzato al terzo posto nel box office coreano.

Relatore: Gianluca Gibilaro