Titolo Coreano: 클래식

Pronuncia Originale: classic

Titolo Italiano:   Classico

Regista: KWAK JAE-YONG
Anno:  2002
Cast: Cho Seung-woo, Hyeon Suk-hui, Kim Byung-oc, Lee Ki-woo, Lee Sang-in, Lee Seung-cheol, Seo Yeong-hee, Zo In-sung
Sceneggiatore: Kwak Jae-yong
Fotografia: Lee Jun-gyu
Luci: Park Hyun-won
Montaggio: Kim Sang-bum
Musica: Cho Young-wook
Direttore Artistico: Song Yun-hoe
Materiale di scena: Yun Il-rang
Costumi: Yang Min-hye
Effetti Speciali: Lee Hyeon-u
Arti Marziali: Ju Yeong-min

Lingua: Coreano

Sottotitoli: Italiano, Inglese
Genere: Drammatico

Formato: 35mm
Distribuzione Internazionale: Cinema Service Co. Ltd.

Sezione Festival: Kwak Jae-yong Retrospettiva

Anno Festival: 2009

Sinossi:

Ji-hae e Soo-kyung sono due amiche, fequentano la stessa università e gli stessi corsi di teatro: Ji-hae aiuta Soo-kyung a scrivere lettere d’amore a Sang-min, ma lo ama segretamente. In un armadio, Ji-hae trova una scatola piena di vecchie lettere d’amore della madre che, quando aveva la sua età, si era trovata in un analogo triangolo amoroso, che comprendeva Tao Soo, il suo promesso sposo, e Oh Joon-ha, di cui è innamorata, anch’essi, tra di loro, migliori amici. Come far prevalere l’amore sul destino? La madre di Ji-hae deve fare i conti con un padre dominante e con la guerra: perde il suo amato e lo ritrova cieco, e può soltanto essere presente allo spargimento delle sue ceneri, anni dopo, nel lago che li ha fatti incontrare. Ji-hae è più forte, o forse più fortunata: sulle sponde di quello stesso lago corona il suo sogno d’amore.


Recensione Film:

…et nos cedamus amori. Dopo due anni dal successo strabiliante di My Sassy Girl, Kwak torna a raccontare e a parlare d’amore. Che questa volta è raddoppiato, moltiplicato in un gioco di specchi assolutamente svelato, in cui l’interesse arriva proprio dalle piccole incrinature. Il gioco è chiaro fin dall’inizio: il film si apre sulle note del Canone di Pachelbel e in un montaggio di splendidi landscape naturali, per preparare il nostro incontro con la protagonista Ji-hae alle prese con una scala e una pila di libri. Qualcosa cadrà, qualcosa si aprirà e qualcosa si rivelerà. Ma chi si aspetta un perfetto parallelismo tra la sorte di Ji-hae e quella della madre rimarrà piacevolmente stupito: il destino della giovane non riflette quello della madre, ma quello dello spasimante di lei. Lo scambio, l’intersezione, che Kwak confeziona con la consueta maestria visiva e giocando con il montaggio, mette sullo stesso tavolo Ji-hae e il “padre mancato” Joon-ha, fa scrivere loro le stesse lettere (il modello è naturalmente quello di Cyrano, che scrive lettere che fanno innamorare l’oggetto del suo amore), li rende soggetti ed oggetti degli stessi sguardi. Tra i due piani narrativi, quello ambientato nel passato e quello nel presente, forse il più affascinante rimane quello della madre innamorata, sospesa in un mondo di campagna (la natura è una delle chiavi visive più congeniali di Kwak, che aspira agli spazi larghi, immensi, da percorrere con lo sguardo e la macchina da presa, anche quando si ritrova tra i grattacieli di una metropoli) e, ancora una volta, fiabesco. Un mondo in cui si possono cercare scarafaggi nella cacca di mucca come se fossero gioielli, oppure lucciole come se fossero stelle. È il registro del romanticismo puro, del racconto elegiaco dell’amore, in cui però la morte arriva a deviare il cammino. Ma questa volta si tratta di una morte differita, di una morte che viene ingannata, e che, preparazione a Windtruck, può ritornare oltre la vita: il migliore amico di Joon-ha tenta il suicido ma viene salvato in extremis, e lo stesso Joon-ha in guerra perde la vista, ma conserva la vita. Il vero piacere del racconto non è nella duplicazione degli eventi, ma nel loro piccolo ribaltamento, e in un gioco sempre più consapevole: dopo il tentato suicidio del ragazzo, anche la fidanzata di Sang-min tenta il suicidio, ma soltanto sulla scena teatrale, e gli schiaffi che i due ragazzi si danno dietro le quinte chiuse vengono interpretati dal pubblico come un ritmico battito di mani. Giochi, piccoli, preziosi, e diffrazioni all’interno di un racconto altrimenti geometrico, perfetto, fatto di ricorrenze. E di grandi intuizioni visive, sempre immediate e piacevolissime: la lunga camminata all’interno del museo, in parallelo, di Ji-hae e della coppia Sang-min e Soo-kyung, punteggiata di sguardi che attraversano una lunga teoria di statue in movimento. Ma anche tutte le scene sotto la pioggia (sempre di una castità eccezionale), che ritornano nel passato e nel presente, i giochi di luce, le lampade accese e le lucciole, i suoni e i colori degli ambienti, i respiri. Ancora una volta l’amore sfiora la morte e si incontra con il fato, disputandosi la fine del racconto: la profondità storica rende impossibile qui un “ritorno”, come nel finale di My Sassy Girl, ma c’è spazio ancora per un regalo del destino. Sang-min è, con ogni probabilità, proprio il figlio di Joon-ha, e l’amore impossibile che non si è consumato tra la madre e il suo amato, trova compimento attraverso due innamorati di “seconda generazione”. E finalmente, prima dei titoli di coda, possiamo vedere un bacio, ma castissimo.


Trailer: