17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze

KWAK JAE-YONG

Nome in coreano: 곽재용

Pronuncia del nome: Gwak Jae-yong

Data di nascita: 22 Maggio 1959

Sesso: Uomo

Biografia

Kwak Jae-yong nasce nel 1959, ed è regista, sceneggiatore e produttore. Laureato in Fisica presso l’Università di Kyunghee, esordisce al lungometraggio nel 1989 con Watercolor Painting in a Rainy Day, di cui dirige un seguito quattro anni dopo. Ma è con il suo ritorno sulle scene, molti anni più tardi, My Sassy Girl, che Kwak ottiene uno straordinario successo di pubblico: il film è non soltanto uno dei più grandi incassi della storia del cinema coreano, con più di quattro milioni e mezzo di spettatori (anche se quello stesso anno Friend supera gli otto), ma un modello narrativo consolidato e pronto per essere replicato, costruito intorno alla figura di una ragazza “sfacciata”, mascolina e sempre accompagnata da un maschio arrendevole ed innamorato. My Sassy Girl vince il Grand Prix nella Young Fantastic Section allo Yubari Int’l Fantastic Film Festival, il premio per la migliore sceneggiatura al Daejong Film Awards e l’ Asia Film Award agli Hong Kong Film Awards. L’anno successivo firma la sceneggiatura per The Romantic President, di Jeon Man-bae, e torna alla regia con The Classic, aggiornamento sul tema di My Sassy Girl, che gli vale il Most Popular Film Award a Yubari (festival nel quale tornerà nel 2003 come membro della giuria di quella Young Fantastic Section che aveva decretato il suo successo). Ritorna a collaborare con l’attrice Jeon Ji-hyun per una nuova commedia romantica, Windtruck (2004), in coproduzione con Hong Kong. Sempre nel 2004 scrive la sceneggiatura per Ark, film di animazione computerizzata, diretto da Kenny Hwange, animato dalla Digital Rim, e prodotto da John Woo, sul modello di Final Fantasy. Prosegue la sua attività di sceneggiatore prima con My Girl and I (2005) di Jeon Yun-su (che è un remake del film giapponese Socrates in Love), poi con Daisy (2006), melodramma classico diretto da Andrew Lau, l’autore della trilogia di Infernal Affairs. Nel 2007 dirige The Mighty Princess, che risente fortemente dell’immaginario hongkonghese di cui il regista si è alimentano negli ultimi anni: alla base di commedia romantica adolescenziale viene aggiunto il mondo del wuxia e dei film di arti marziali. Nel 2008 allarga ulteriormente il suo orizzonte produttivo e di immaginario cinematografico, realizzando un film giapponese, Cyborg She, in cui la figura della ragazza “terribile” si ibrida con l’immaginario fantascientifico. Sempre nel 2008 collabora con Tsui Hark alla scrittura di All About Women, commedia romantica cinese, pensato come un aggiornamento di Peking Opera Blues del regista di Hong Kong.

Presentazione Critica

Non si può parlare del cinema di Kwak Jae-young se non a partire da, o almeno intorno a, My Sassy Girl: la storia del giovane studentello buono e generoso con le donne, che ha la sola “sfortuna” di incontrare una ragazza ubriaca sulla metropolitana, e di innamorarsi (ma potrebbe fare il contrario? Forse si sentirebbe rispondere: “vuoi morire?”) di lei, è diventato un vero è proprio caso internazionale. Nel paesaggio non sempre fresco della commedia romantica degli ultimi anni, My Sassy Girl si è rivelato un fenomeno a livello panasiatico, dal momento che ha dominato le classifiche non soltano in patria, ma anche ad Hong Kong, trasformando la sua attrice protagonista in una star. Come spesso è accaduto nel panorama cinematografico recente, il fenomeno ha valicato i livelli continentali e, dopo che i diritti sono passati da Dreamwork a Turner, il film è stato oggetto di un remake americano. Peraltro piuttosto fiacco, e tutto di mestiere, affidato a Yann Samuell (poco più che esordiente) e con Elisha Cuthbert (faccia e corpo di un certo numero di teen movie, dall’horror al romantico, e soprattutto della serie televisiva 24) nei panni del personaggio che ha fatto la fortuna di Jun Ji-hyun. Eppure è già di per sé stupefacente che il mercato del cinema blockbuster americano abbia deciso di allargare i confini della propria “facoltà di remake” anche oltre l’universo dell’horror o dell’action (generi tradizionalmente più semplici da far trasmigrare da un universo socio-culturale ad un altro), e abbia cercato di adattare un formato narrativo così complesso da tradurre (perché così strettamente legato all’immaginario nazionale) come la commedia romantica. Il segreto è tutto nella “formula segreta” che Kwak è riuscito a mettere alla base del proprio cinema: in un panorama mondiale attualmente dominato nel peggiore dei casi dai prodotti costruiti con matematico rigore alla Richard Curtis, o nel migliore dei casi dalle esperienze simpatiche ma spesso inconcludenti dei Farrelly, il “modello Kwak”, riesce a stupre per il realismo fantastico e per la verità dei personaggi. In effetti c’è qualche cosa del malessere dell’adolescenza e del passaggio all’età adulta, della semplice inconcludenza e imperscrutabilità del caso, che i film di Kwak riescono a tradurre in maniera immediata, anche se filtrati attraverso la lente del grottesco (My Sassy Girl), dell’affresco storico e memoriale (The Classic), del dramma soprannaturale (Windstruck), del soprannaturale in chiave wuxia (My Mighty Princess) o scifi (Cyborg She). Ma tutto, ancora una volta, ha origine con My Sassy Girl, e con l’esordio di questo esordio: l’incontro tra i due eroi, tra lo studente incapace di trovare una ragione al suo destino e con la giovane nevrotica alcoolizzata. Come in Time and Tide di Tsui Hark (che è un regista estremamente vicino a Kwak, al punto da essere uniti nella collaborazione All About Women), bere e vomitare sono i preliminari dell’incontro d’amore, e anche un sostituto isterico al sesso: la ragazza vomita mentre il ragazzo è preso simultaneamente dalle stesse convulsioni nel guardarla, e poi gli si appoggia dicendogli dolcemente (come dopo un atto sessuale) “amore”. E in effetti tutto finirà in una camera d’albergo, con una soluzione narrativa che non soltanto apre all’equivoco scatenante sul piano del racconto, ma continua anche l’evocazione a livello simbolico: è stato consumato “qualcosa”, sia esso l’amore, il sesso o il vomito (in tutti i casi secrezione di liquidi). Questo primo macro-evento del film caratterizza il senso di tutto l’insieme, e dopo una declinazione più esplicitamente romantica nei due lavori successivi, ritorna in pieno negli ultimi due My Mighty Princess e Cyborg She: potrebbe sembrare semplicemente volgare scatologia, ma in realtà esibisce la capacità di trovare delle soluzioni comiche davvero riuscite e proprie del burlesque, e ha l’obiettivo di far amare i personaggi e di divertire lo spettatore con una reale tenerezza, invece di trascinarsi in un parossismo di gag. Il cinema di Kwak, anche quando “regredisce” all’infantilismo essenziale di My Mighty Princess, riesce sempre a mantenersi su un regime più leggero e sottile della semplice successione di situazioni alla American Pie. È con Windstruck che Kwak riesce a portare questa dimensione della relazione tra adolescenti ad un punto più maturo e, per certi versi, critico: le schermaglie sado-masochistiche inaugurate in My Sassy Girl (lo schiaffo, il “dolore amorevole”, che trova il corrispettivo anche nel rapporto tra madre e figlio, l’acqua gelata, i tacchi…), ottengono qui uno scarto, anche grazie all’impegno di una serie di “oggetti feticcio”. Le manette, che legano i due protagonisti non soltanto nel vincolo dell’amore, ma anche in quello di una relazione “servo-padrone”, o “guardia-ladro”, o comunque “catturante-catturato”, la pistola, che caratterizza il personaggio femminile, ma che viene utilizzata da quello maschile per “recitare” la sua performance iper-virilizzata (e per salvare di fatto la compagna dall’umiliazione da parte di un altro uomo-padrone). E poi, naturalmente, la morte: il dominio del sentimento si mescola qui con il dominio sulla vita da parte dell’amante sull’amato. Certo, lei si dispererà per tutta la vita, certo la morte è soltanto un terribile accidente, ma quale altra forma metaforica è più riuscita per descrivere la completa perdita di sé dell’amore adolescenziale e giovanile che quella del “morire per amore”, del “morire nell’altro”? La relazione sado-masochista rimanda al processo di seduzione tra gli innamorati, ma viene stemperata da Kwak (è sempre la sua forza, anche quando la storia subisce un giro di vite) con l’evidenza della slapstick. My Sassy Girl rappresenta un orizzonte nuovo per il cinema coreano, perché rappresenta, in un certo modo, il primo film “iperromantico”, nella misura in cui affronta e svolge tutte le sfumature del genere, da quelle comiche a quelle drammatiche: si naviga (non a vista) in una moltitudine di toni, senza far percepire la frattura tra un registro ed un altro. Tutte le protagoniste femminili del suo cinema non abitano soltanto il registro della commedia, né esclusivamente quello del dramma, ma nemmeno si esauriscono in una semplice polarità melo-drammatica. Si tratta piuttosto di un’altalena tra tristezza ed euforia, che si scambiano e si associano a qualche avvenimento, e a qualche snodo narrativo, seguendo il filo del destino. Il cinema di Kwak non lavora esclusivamente sull’opposizione commedia/(melo)dramma articolata su un regime binario, ma l’uno e l’altro sono continuamente legati a ciascun elemento di racconto. Le polarità binarie del cinema di Kwak sono altre: ad esempio quelle della coppia uomo/donna. Se il protagonista maschile è sempre un simbolo del futuro e dell’incerto, la ragazza è il sintomo del passato e del trauma: attraverso questa equazione abbastanza semplice, Kwak a trovato di che nutrire un racconto ricco di sviluppi creativi. Il gusto estetico e la naïveté dei colori associati ad una messa in scena delicata e semplice, piena di strizzate d’occhio giovanilistiche e pop senza scivolare nell’estetica pubblicitaria o da videoclip, sono dei caratteri costanti del suo cinema. Kwak, film dopo film, arricchisce la sua “idea primigenia” abbeverandosi ad immaginari e generi che scopre a poco a poco, seguendo l’ispirazione della sua immaginazione narrativa. Il suo è un cinema panasiatico, che guarda tanto alla tradizione della commedia e dell’action di Hong Kong (e non è un caso che abbia scritto sceneggiature anche per Andrew Lau, uno dei più strutturati esempi del “cinema di poli-genere” della ex colonia, capace di passare dal dramma alla commedia romantica con la leggerezza di un cambio d’abito), quanto al mondo del nuovi cinema giapponese. Ma una cosa sembra non cambiare mai nel suo cinema: il suo approccio al melodramma lo porta sempre automaticamente ad una visione burlesca delle cose, che porta fino alle conseguenze più estreme (di genere), senza esitare a mettere in fila una serie di gag esilaranti per una buona ora di film (grande narratore, grande raccontatore di storie “lunghe” perché complesse), prima di virare decisamente verso la lacrima. Cyborg She costituisce sicuramente la ridefinizione del suo cinema, il cambiamento definitivo di registro dai tempi di My Sassy Girl, che ha i tratti (esplicitamente) di un’ibridazione tra la tradizione coreana e la traduzione giapponese. Jiro è il più “forte” dei discendenti del protagonista maschile del primo film: è giovane e senza grosse prospettive per il futuro. Tutti gli anni festeggia il suo compleanno da solo, ma un giorno arriva al suo tavolo una ragazza molto strana. Non è ubriaca, ma viene dal futuro. Il ragazzo e la ragazza si conoscono, si esplorano, imparano ad interessarsi reciprocamente: corrono, si sorridono e si sfiorano come abbiamo visto fare gli innamorati di Windtruck. Come tutti gli amanti di Kwak si devono separare, ma si ritrovano un anno dopo, e la ragazza si presenta come un cyborg che, analogamente alle altre eroine, deve imparare a vivere. Questa ha un po’ più di problemi delle altre: non paga quello che compra (ma lo hanno mai fatto le altre?), beve il profumo, non regge l’alcool (e questa è una costante). Non conosce il sesso (ma lo hanno mai conosciuto le altre?), e declina tutto il suo amore secondo emozioni esclusivamente robotiche (protezione, aiuto agli altri). Il cinema di Kwak, nella figura della cyborg altruista (e anche un po’ innamorata, ma incapace di esserlo fino alla fine), ha trovato momentaneamente un altro terreno di esercizio. Quale sarà la prossima meta?