17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze
17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze

LEE MYUNG-SE

Nome in coreano: 이명세

Pronuncia del nome: I Myong-se

Data di nascita: 20/08/1957

Sesso: Uomo

Biografia

Lee Myung-se nasce a Seul nel 1957 e, forte di un precoce interesse per il cinema che si manifesta già durante gli anni delle scuole superiori, si diploma al Seoul Institute of the Arts. Dopo qualche esperienza nel cortometraggio (“Awaiting that Afternoon”, 1977; “R”, 1978), incomincia il suo percorso artistico come aiuto regista e come sceneggiatore di Bae Chang-ho, in particolare per “Hwang Jin-I” (1986), “Our sweet days of youth” (1988), e “Dream” (1990). Con il suo mentore e maestro scriverà anche il lungometraggio d’esordio “Gagman” (1989), e “Ggum” (1990), che Bae Chang-ho dirigerà da solo e che segna la fine della loro collaborazione. “Gagman”, l’epopea di un comico che vorrebbe diventare regista e che si imbarca in una serie di piccoli crimini con due complici (uno dei quali è interpretato da Bae Chang-ho), attira l’attenzione della critica, e porta già in sé i caratteri principali del cinema di Lee Myung-se: la sovrapposizione tra livello onirico e racconto reale, la cinefilia e la sperimentazione visiva. Con il film successivo, “My love, my bride” (1990), racconto di una coppia di sposi novelli alle prese con le difficoltà matrimoniali, vince il premio per il Best New Director all’Asian Pacific Film Festival (oltre a quello per il miglior attore protagonista, attribuito a Park Joong-hoo, che sarà il detective Woo di “Nowhere to Hide”), e si colloca tra i fondatori del genere della sex war comedy, che segnerà i maggiori successi di pubblico del cinema coreano degli anni ‘90. Con “First Love” (1993), adatta una tradizionale storia d’amore al crescente interesse per le sperimentazioni linguistiche, mentre “Bitter and Sweet” (1995) è un’incursione nella satira di costume, che racconta per episodi la vita dei giovani colletti bianchi. “Their Last love affair” (1996) è un ritorno alle tematiche sentimentali, ma con forti cambiamenti narrativi rispetto al passato (descrive un amore “tardo” ed extra-matrimoniale). L’anno della svolta è il 1999, quando il noir metropolitano “Nowhewere to hide” lo proietta nel circuito festivaliero internazionale (il film vince anche il Blue Dragon per il miglior film), e verso un cinema finalmente maturo, caratterizzato dal virtuosismo della ripresa e del montaggio e da una fantasia immaginativa che lo colloca tra le figure più innovative del New Korean Cinema (nonostante un’accoglienza spesso tiepida della critica nazionale, che non apprezza il suo disimpegno e la sua concezione estetica). Ad esso seguono il wuxia “Duelist” (2005) e lo psicodramma “M” (2007). Attualmente risiede a New York e viaggia frequentemente in Europa, dove coltiva la sua passione per il cinema d’autore occidentale.

Presentazione Critica

Lee Myung-se appartiene cronologicamente alla generazione dei registi che comunemente vengono riconosciuti come rappresentanti del New Korean Cinema: tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60 nascono Kim Ki-duk, Park Chan-wook, Lee Chang-dong, Im Sang-soon, Hong Sang-soo e Kim Ji-woon, soltanto per limitarci ai nomi più conosciuti dal pubblico e dalla critica occidentale. Rispetto a questo gruppo di ex “splendidi quarantenni” (ai loro esordi, tutti da collocarsi nella seconda metà degli anni ‘90), ormai approdati alla decade della maturità, degli assestamenti e dei ripensamenti, Lee Myung-se rappresenta una specie di versione “estrema”, che spinge alle conseguenze più radicali alcuni dei tratti comuni e caratterizzanti dell’intera “nuova onda” del cinema coreano. È curioso che proprio il regista che esprime in modo più esplicito ed esibito le caratteristiche che l’occhio occidentale conosce (e apprezza) di più di questa cinematografia, sia rimasto a lungo quasi completamente sconosciuto in Europa, e che si debba aspettare il 2002 perché un Festival Internazionale (per altro molto “giovane” e alla prima edizione), l’Internationales Filmfestival Frankfurt, gli dedichi una retrospettiva completa.
Si badi: parliamo delle caratteristiche che il nostro sguardo estraneo e straniero riconosce come più vicine alla sua sensibilità e quindi proiettivamente più affascinanti, e non di quelle peculiari e intrinsecamente proprie del New Korean Cinema. Lee Myung-se mette in scena i tratti più “occidentali” di una cinematografia in costante crescita ed evoluzione, enfatizzando tre tratti fondamentali: la passione cinéphile filo-europea e filo-statunitense, il piacere e il gusto per la sperimentazione linguistica e il sostanziale disimpegno sociale e, soprattutto, politico.
Questi tre elementi si danno costantemente intrecciati, e ritornano in tutti i suoi lavori con declinazione di volta in volta diverse ma sempre riconoscibili.
Lee Myung-se ha una formazione di tipo strettamente artistico: per sua stessa ammissione decide che diventerà un regista quando ha appena 17 anni, e segue questa precoce passione laureandosi presso l’Institute of Arts di Seul. A questa fase risalgono le sue prime esperienze nel cortometraggio: “Awaiting that Afternoon”, nel 1977, è un saggio studentesco, mentre “R”, nel 1978, è il lavoro con cui si laurea. Dalla metà degli anni ottanta incomincia la collaborazione con Bae Chang-ho, che pur essendo di poco più vecchio (nasce nel 1953), ricopre inizialmente un ruolo di mentore e di maestro. Insieme scrivono e dirigono (il più giovane discepolo come aiuto regista) “Hwang Jin-I” (1986), “Our sweet days of youth” (1988) e “Dream” (1990), ma anche il lungometraggio d’esordio di Lee Myung-se “Gagman” (1989), e “Ggum” (1990), che Bae Chang-ho dirige da solo, ormai lontano nelle modalità realizzative e nell’ispirazione dal suo compagno di viaggio. Tra i due registi le differenze sono rilevanti, in particolare il fatto che Bae Chang-do metta al centro della sua attività artistica un forte impegno sociale e realista: da “Slum People” (1982) e “Hwang Jin-I” fino a “Road” (2004), i suoi film si intrecciano con le storie quotidiane ed esemplari di uomini e donne semplici che si radicano nel passato della Storia coreana. Proprio il senso di “prossimità” con la cultura e la società nazionale è un altro degli elementi che lo differenziano da Lee Myung-se: Bae Chang-do ha più volte dichiarato di non condividere e di non essere interessato all’esportazione di film coreani in occidente, e privilegia il gradimento e l’attenzione del pubblico di massa in patria. Al contrario Lee Myung-se guarda con interesse al cinema e alla cultura “straniera”: nel 1993 è a Parigi per seguire la famosa retrospettiva sul cinema coreano al Centre Pompidou (la prima e più importante vetrina teorica e critica sulla cinematografia coreana in Europa), e qui incontra l’arte, la cultura e il cinema europeo.
Se in “M” la protagonista Mimi sillaba “M come...Monet...Mozart”, la radice di questa suggestione (che pure echeggia in modo forse inconsapevole “M is for Man, Music, Mozart”, 1991, di un altro regista intellettuale ed europeo come Peter Greenaway) è forse proprio nel fascino che il giovane regista coreano nutre per tutto quello che di nuovo riesce a vedere, ascoltare, sperimentare. E forse, per spingere ancora più a fondo il paragone e la forza di un innamoramento artistico e culturale, c’è davvero qualcosa di Monet (l’artista delle versioni multiple delle “Ninfee” e de “La Cattedrale di Rouen”) nella tendenza alla variazione, alla dinamica di differenza e ripetizione che caratterizza in particolare il suo lavoro negli ultimi anni. Ma da quelle frequentazioni di viaggio culturale, di grand tour occidentale, Lee Myung-se trattiene molte altre suggestioni, che vanno a costruire il suo bagaglio più “europeo”. Dalla Francia, in particolare, sembra conservare il debito di Jean-Luc Godard e di Jacques Demy. Godardiano (oltre e naturalmente insieme a lynchano) è “M”, l’incomunicabilità della coppia (che a tratti ricorda una versione completamente allucinata de “Le mépris”, 1963), mentre dal Demy di “Les Paraplouies de Cherbourg” (1964) e “Les Demoiselles de Rochefort” (1967) conserva quel gusto pop per la deformazione anti-realistica della realtà, la suggestione per la canzone e il disegno naif e infantile, che incominciano a segnare la tavolozza visiva e cromatica del suo lavoro a partire da “First Love”. Una passione per il colore, che diventerà sempre più saturo, pieno, squillante, anti-naturalistico, che condivide con l’iconografia felliniana, con le sarabande di personaggi e di immagini. Al confine tra cinema di genere italiano e francese, tra “nobile” polar e poliziottesco, ci sono anche le tracce che in “Nowhere to Hide” si mescolano con la tradizione di Hong Kong e con le suggestioni a stelle e strisce.
Ma sembra essere soprattutto dall’Inghilterra che Lee Myung-se trova la sua maggiore ispirazione: è Stanley Kubrick il regista che, negli ultimi sue due lavori, trova maggiore cittadinanza. In una delle prime scene di “Duelist”, l’assalto ad un carretto rovesciato da parte della folla dei poveri contadini si trasforma in una parodia di un incontro di rugby (con tanto di sacchetto trasformato in pallone ovale), ma il commento di musica classica lo rende soprattutto un omaggio alla scena della rissa nel teatro di “Arancia Meccanica”, in cui la dinamica dei corpi che si agitano, si contorgono e volano nello spazio ha il contrappunto de “La gazza ladra” di Rossini. Ed è sicuramente “M” il suo film più kubrickiano: la figura di Min-woo è disegnata quasi letteralmente su quella del Jack Torrance di “Shining”, scrittore in crisi, incapace di comunicare con la compagna ed ossessionato da un fantasma femminile. In questo caso però l’incontro con Mimi è positivo e salvifico e non letale come quello con la donna misteriosa della stanza 237. Come Jack, anche Min-woo scrive compulsivamente al suo computer un’unica frase senza senso (“less poetic, more specific”), che improvvisamente cancella, per svuotare la testa dalle proprie ossessioni. Immediatamente è visitato dall’arrivo della fidanzata e poi da quello, fantasmatico, di Mimi, ma queste due epifanie femminili non hanno la funzione di scatenare la sua follia: è un completo cambiamento di registro rispetto a “Shining”, un capovolgimento, ma anche uno straordinario omaggio. Lo stesso nelle scene in cui Min-woo siede al bancone del club Lupin, di fronte ad un barman in tutto simile a quello fantasma che Torrance trova al piano terra dell’Overlook Hotel: intorno ha degli altri fantasmi (Mimi, ma forse anche gli altri avventori) e scoprirà di essere qualcun altro rispetto a quello che pensa.

Il Lupin evoca le immagini di un altro “famoso” club fantasmatico del cinema contemporaneo: il Silenzio di “Mulholland Drive”, che a sua volta riecheggia quello di “Lost Highway”, in cui Fred si esibisce con il suo sassofono, e dove riceve e fa misteriose telefonate. David Lynch rappresenta l’anello di congiunzione principale con il cinema americano, per il quale Lee Myung-se dimostra un progressivo avvicinamento: dallo studio dei “classici” (Chaplin e Capra in particolare, secondo le parole dello stesso regista: il protagonista di “Gagman”, Lee Jong-sae, è un omaggio esplicito, a partire dal dettaglio dei baffi, alla comicità di Charlot), fino ad un cinema più fisico e muscolare (da “Nowhere to hide” a “Duelist”, l’ispirazione hongkonghese è sempre più strettamente legata con quella americana), passando per le suggestioni anti-narrative che in “M” trovano un perfetto compimento.
Attualmente Lee Myung-se vive a New York, e le suggestioni della nuova cultura ospitante sono sempre più evidenti nel suo cinema. Pur avendo seguito una traiettoria “inversa” rispetto a quella di molti suoi colleghi cineasti (diversamente da Lee Yoonki ad esempio, o da Hong Sang-soo, non incomincia il suo percorso di studi negli Stati Uniti, ma lo “conclude” in termini già professionali) il suo cammino si è intrecciato sempre più strettamente con un immaginario radicalmente estraneo ed “altro” rispetto a quello nazionale. In questo continuo percorso di avvicinamento e di prossimità, sembra seguire le tracce di altri artisti asiatici che, pur venendo da una tradizione cinematograficamente molto solida e strutturata, hanno intuito la “fortuna” che può ottenere presso il pubblico occidentale un cinema estremamente libero, creativo, inventivo, che offre soddisfazione all’occhio e un puro piacere di visione: è la lezione di John Woo, di Ang Lee, di Wong Kar-wai, tutti registi che ritornano come ispirazione e suggestione visiva nei lavori di Lee Myung-se, soprattutto quelli in cui il richiamo al genere è più diretto (il wuxia di “Duelist”, il noir di “Nowhere to hide”).
Ancora diversamente da molti esponenti del cinema e della cultura nazionale, Lee Myung-se non ha mai avvertito la necessità di una “eccezione coreana” e nemmeno di una distanza rispetto a quella occidentale e americana: cresciuto con la sua famiglia nei pressi di una base dell’esercito U.S.A. (presso la quale il padre lavorava come cuoco), non ha mai percepito la presenza dello “straniero” come un’invasione, né a livello politico, né tamtomeno a livello di immaginario. Si pensi, ad esempio, alla differenza tra una visione di questo tipo della convivenza con i militari americani, e quella che emerge da pellicole come “Adress Unknow” di Kim Ki-duk, in cui lo stesso grado di prossimità diventa lo stimolo per una critica amara della società contemporanea.

“Vicino” da sempre ad un immaginario che varca i confini della tradizione e dell’appartenenza a radici comuni, Lee Myung-se viene spesso criticato proprio per il suo sostanziale disinteresse per un cinema che interroghi le grandi questioni morali e sociali. Non è un caso che tra i registi per i quali esplicitamente dichiara maggiore stima ci siano i nomi di Hong Sang-soo e di Kim Jee-woon. Al primo lo accomuna l’intimismo e l’attenzione per i sentimenti personali e per l’approfondimento individuale, alla ricerca di un cinema delle piccole storie per nulla esemplari, in cui il senso paradigmatico è rivolto semmai all’universalità dei sentimenti e non delle relazioni sociali. Al secondo, famoso per la sua capacità di muoversi tra i generi, oscillando tra la commedia (anche nera: “The Quiet Family”, 1998), l’horror (“A Tale of Two Sisters”, 2003) e l’action-noir (“A Bettersweet Life”, 2005), la disponibilità a pescare a piene mani in un cinema di (alto) intrattenenimento e piacere della visione.
Con l’eccezione di “Better and Sweet” (soltanto parziale: ciò che importa al regista, nel tratteggiare queste “figurine” di impiegati in una grande azienda elettrica, è essenzialmente il ricorso al grottesco e al surreale, che esplode in scene di musical o di forte parodia anti-realistica dei tic e delle frustrazioni quotidiane), che racconta storie “situate” all’interno di un particolare cosmo sociale (ed economico), l’oggetto principale del cinema di Lee Myung-se è sempre l’amore, inteso come grande catalizzatore delle relazioni e dell’esperienza, come campo di battaglia totalmente “neutrale” e comune, in cui le differenze sociali e culturali si annullano. Se c’è una dimensione “universale” del suo lavoro artistico, questa è il racconto dell’amore. Che Lee Myung-se mescola a livello contenutistico e visivo con i due grandi temi dell’inseguimento e della strada.
In primo luogo, naturalmente, nelle pellicole in cui la love story diventa il fondamentale cardine narrativo e di genere: “First Love”, ma soprattutto “My Love My Bride”, che “inventa” la sex war comedy coreana, cioè la commedia sofisticata contemporanea basata sui contrasti giocosi tra i due sessi, e “Their Last Love Affair”, che dei due film precedenti è il ribaltamento (un relazione extra-coniugale rispetto a “My Love My Bride”, ed un amore senile e “terminale” rispetto a “First Love”) ma anche la prosecuzione e l’ideale evoluzione (i protagonisti sono più maturi, consapevoli e disincantati rispetto alla post-adolescente infatuata di “First Love” e alla coppia di neo-sposi di “My Love My Bride”).
Ma anche nei suoi ultimi lavori, in cui Lee Myung-se riesce ad operare una trasfigurazione sempre più interessante e profonda del tema della conquista e della ricerca sentimentale: in “M” l’inseguimento si sposta dalla dimensione del corpo a quella della mente, e Min-woo incomincia una via crucis di situazioni e di progressivi avvicinamenti al suo oggetto d’amore che forse non escono mai dal registro dell’allucinazione, del sogno o del semplice desiderio; in “Nowhere to Hide” è trasfigurato nell’inseguimento poliziesco; in “Duelist” poi la coincidenza tra la ricerca “bellica” dell’innamorato e quella fattuale, dell’inseguimento della guardia nei confronti del criminale, è esplicitata e diventa tema portante del film.
È curioso soprattutto nel caso di un film apparentemente distante a livello di genere come “Nowhere to Hide” (essenzialmente un noir con forte componente fisica e di azione, per quanto al regista l’etichetta di action movie proprio non piaccia), che pure lo stesso Lee Myung-se vuole ostinatamente ricondurre alla dimensione amorosa: la morte, l’ossessione, la violenza, la fisicità delle situazioni, sarebbero poco più di una “torsione” rispetto al suo immaginario di riferimento. In fondo il detective Woo è trascinato anche qui in una storia d’amore per la donna del killer, e in una specie di compulsiva e malata ammirazione per lo stesso assassino.
Ancora una volta l’interesse è un altro: non tanto quello per il genere (vengono rifiutati i paragoni immediati con John Woo, e “addomesticati” quelli con Wong Kar-wai), ma piuttosto per la rilettura cinefila e metacinematografica (il vero ispiratore è Sergio Leone, e il “suo” concetto di action e di fisicità), e soprattutto per l’esperimento e il virtuosismo linguistico.

Lee Myung-se è universalmente considerato come uno dei registi più innovativi e creativi del panorama coreano, in particolar modo per ciò che concerne la sperimentazione sul linguaggio di ripresa e sul montaggio. Il gusto per la variazione all’interno di un riproporsi di situazioni ripetute ed iterative (quella “differenza e ripetizione” che si evocava in apertura) è già nei primissimi lavori: segna già la particolare cifra stilistica di “Gagman”, le invenzioni pop di “First Love” e la struttura ad episodi di “Bitter and Sweet”. Ma è soprattutto con gli ultimi tre film, “Nowhere to Hide”, “Duelist” e “M” che trova un iperbolico sviluppo. È proprio questo “estremismo” ad attirare (soprattutto in patria) le maggiori perplessità e critiche da parte di quanti non apprezzano un percorso di crescita artistica esclusivamente estetico (o estetizzante), giocato sull’erosione delle possibilità che il mezzo può offrire, e sul tentativo di andare sempre “oltre”. Ma è proprio questo “estremismo” che rende Lee Myung-se uno dei registi più sorprendenti e “generosi” della sua generazione.
Uno di quegli ex “splendidi quarantenni”, che non ha perso la voglia di parlare d’amore e, soprattutto, di giocare con il cinema.