17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze
17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze

IM SANG-SOO

Nome in coreano: 임상수

Pronuncia del nome: Im Sang-su

Data di nascita: 27/04/1962

Sesso: Uomo

Biografia

Tra i più apprezzati e al contempo controversi registi coreani contemporanei, Im Sang-soo (Seoul, 1962) si laurea in sociologia all’Università Yonsei, per poi intraprendere studi di cinema presso l’Accademia Coreana di Cinematografia.È aiuto regista di Park Jongwon per il celebre “Kuro Arirang “(1989) e di Im Kwon-taek per le prime due parti di “The General’s Son” (1990 e 1991). Esordisce col successo della provocatoria commedia di costume “Girls’ Night Out” (1998), ma il successivo “Tears” (2000) si rivela un flop. Ritrova consenso critico e torreggia il box office coreano con un’altra matura commedia di costume,“La Moglie dell’Avvocato” (2003), presentato in concorso alla 60a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e uscito pure in Italia. Il successo del film gli permette di realizzare “ The President’s Last Bang” (2005), provocatoria satira che reimmagina le ultime ore del dittatore Park Chung-hee e che solleva un polverone giudiziario. Presentato alla Quinzaine di Cannes 2005 il film è uscito in Francia raccogliendo gli osanna della critica parigina. Il suo film più recente “The Old Garden” è un mélo tratto da un romanzo di Hwang Seok-young, presentato in concorso al festival di San Sebastián 2006.

One of the most praised yet controversial contemporary Korean directors, Im Sang-soo (Seoul, 1962) earned a degree in sociology from the Yonsei University, and later studied at the Korean Cinematography Academy. He was assitant director to Park Jongwon for the success Kuro Arirang (1989) and to Im Kwon-taek for the first two parts of The General’s Son (1990 and1991). He debuted with the provocative costume comedy success Girls’ Night Out (1998), but his next movie Tears (2000) was a flop. He regained the critic’s appreciation and stormed the Korean box office with another mature costume comedy with The Good Lawyer’s Wife (2003), presented at the LX Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia which also came out in Italy.The success from that film allows him to make the provocative The President’s Last Bang (2005), a provocative satire that reimagines dictator Park Chung-hee’s last hours— “the calm before the storm”. Presented at the Quinzaine de Cannes in 2005 the film came out in France with the praise of the Parisian critics. His most recent film The Old Garden is a melodrama based on a novel by Hwang Seok-young, presented at the San Sebastián Festival in 2006.

Presentazione Critica

Non è davvero un caso che un cineasta provocatorio e controverso come Im Sang-soo venga da una formazione universitaria in Sociologia; il suo acuto senso critico e la sua capacità d’investigare e scandagliare le contraddizioni dei coreani d’oggi paiono proprio discendere da un attento studio dei dati che caratterizzano l’evoluzione della società coreana all’alba del Terzo Millennio. Il suo cinema si presenta quindi come figlio di una marcata spinta progressista che non solo ritrae impudicamente quanto si vorrebbe mantenere nascosto, ma che in questa messa a nudo talvolta brutale vede lo strumento principe per l’affrancamento da quanto di regressivo e reazionario permane in seno alla psiche collettiva dei coreani.

Nato a Seoul nel 1962 e figlio di un affermato critico cinematografico,Im si laurea appunto in Sociologia alla Yonsei University, poi,nel 1989,frequenta per un anno la Korean Film Academy (KAFA).Lo stesso anno lavora come assistente alla regia di Park Jong-won su Kuro Arirang, uno dei film coreani più importanti dell’epoca: tratto dall’omonimo romanzo di Yi Munyeol, si tratta del primo film che racconti le inumane condizioni dei lavoratori all’epoca del balzo in avanti dell’economia coreana e i tentativi ostacolati dalle autorità di organizzare una lotta sindacale. In seguito, Im Sang-soo lavora proprio a fianco di Im Kwontaek, l’altro cineasta in retrospettiva a Firenze quest’anno, come assistente sul set del fortunato The General’s Son (1990) e del suo primo seguito (1991).

È però solo nel 1998, quando le sorti del cinema coreano stanno iniziando a mutare e si comincia ad uscire dalla fosca crisi che l’industria nazionale aveva traversato nella prima metà del decennio, che Im firma il suo personale debutto,“Girls’ Night Out”. L’aura scandalosa che il film profonde, fa della sua prima uno degli eventi più chiacchierati e attesi del Festival di Pusan di quell’anno e la sua uscita in sala si rivela uno dei successi a sorpresa della stagione.Si tratta infatti di una pellicola che infrange non pochi tabù, presentando un terzetto di donne come protagoniste e descrivendone senza peli sulla lingua la vita sessuale. Girls’ Night Out introduce quindi un leit motif ricorrente nell’opera di Im: la liberazione della sessualità femminile, che funge da inevitabile ariete per scardinare l’ordine patriarcale. L’aspetto linguistico (il titolo originale “Cheonyeodeul-eui Jeonyeok Siksah”, La cena delle vergini, è già una provocazione che gioca sull’assonanza tra “cheonyeo”, vergine, e “jeonyeok”, cena) risulta fondamentale e dirompente in “Girls’ Night Out”, anche più delle rappresentazioni grafiche dei rapporti sessuali: i dialoghi espliciti in cui le protagoniste non temono di rivelare i dettagli più intimi su argomenti quali l’amplesso, la masturbazione o l’orgasmo sono davvero inauditi nel panorama del cinema coreano. Si può intendere quest’operazione come un chiaro attentato dinamitardo alla convenzionale rappresentazione accordata al femminile dalla cultura tradizionale coreana, quella dell’ideale di una “Chunhyang” proba, fedele e certo mai sboccata. Un personaggio come la ‘mangiauomini’ Ho-jeong (interpretata da Kang Soo-yeong,protagonista per Im Kwon-taek di “The Surrogate Mother” e “Aje Aje Bara Aje”) vive insomma il sesso come soggetto e non solo come oggetto (come accade invece nei film di Im Kwon-taek). Im Sang-soo presenta al pubblico la realtà di costumi comportamentali in cambiamento che contraddittoriamente si vorrebbe celare o negare, ma per cui al contempo si avverte, come dimostra il successo del film, un insaziabile appetito voyeuristico. E Im non si esime dall’illustrare tali tensioni contraddittorie,a livello sociale (la condanna per adulterio di Ho-jeong) e individuale (il desiderio di maternità della vergine Soon, il desiderio di tradire il fidanzato di Yeon).

Realizzato nel 2000 con riprese in digitale, il secondo film di Im,“Tears”, non ripete l’exploit dell’esordio. Si tratta di un ritratto della gioventù sbandata che si aggrega nel quartiere di Garibong-dong a Seoul, composta soprattutto da ragazzi scappati di casa. La sceneggiatura si basa su un lavoro di documentazione che Im condusse sui ragazzi a metà degli anni Novanta e l’autore sostiene che situazioni e dialoghi corrispondono in gran parte a episodi realmente accaduti ai giovani incontrati.Anche in questo caso Im infrange più di un tabù, presentando scene di sesso e consumo di droga che vedono coinvolti dei minori; scene cha valgono al film l’etichetta di Kids coreano. Nonostante una segnalazione della Fipresci al Festival di Pusan, il tono cupo e disilluso della pellicola,nonché il suo attacco un po’ manicheo contro la generazione degli adulti le alienano i favori del pubblico che ne decreta il flop commerciale.Da segnalare comunque che con “Tears” Im rivelò il talento di Bong Tae-gyu,oggi uno degli attori giovani più apprezzati in Corea.

Nel 2003 Im riemerge con il suo indiscusso trionfo,quel “Baramnan Gajok” (Una famiglia fedifraga) che è uscito pure sui nostri schermi sotto il titolo “La Moglie dell’Avvocato”. Spinto da un’astuta campagna promozionale che ne metteva in evidenza il côté più malizioso (“Hai visto il clitoride?”, era la battuta di Moon So-ri rivolta a Bong Tae-gyu su cui si apriva il trailer coreano), La Moglie dell’Avvocato conquistò il top del box office coreano. Non solo: il film si guadagnò gli osanna della critica e fu invitato in concorso a Venezia, cosa che gli diede ampia visibilità internazionale e il sostegno critico dei prestigiosi Cahiers du Cinéma.A qualche anno di distanza si può affermare con serenità che “La Moglie dell’Avvocato” è davvero uno dei grandi capitoli del rinascimento cinematografico coreano. Dramma borghese maturo, dalla scrittura fluida e corposa, il terzo film di Im scandaglia ancora le contraddizioni di una società patriarcale in trasformazione, minata dalla liberazione del femminile, e incline ai ripiegamenti regressivi. Una crisi che in “Girls’ Night Out” era soprattutto enunciata, in “La Moglie dell’Avvocato” viene pienamente narrata attraverso una drammaturgia scanditissima e imprevedibile,mai pretestuosa,e un cast d’interpreti in stato di grazia, su cui primeggia la magnifica Moon So-ri (Premio Mastroianni a Venezia 2002 per “Oasis” di Lee Chang-dong). La fusione perfetta tra il teorema anti-borghese e anti-confuciano che Im pare proporre e la forma cinematografica avvengono all’insegna della piena maturazione stilistica dell’autore.“La Moglie dell’Avvocato” rivela un Im in pieno controllo dei mezzi espressivi cinematografici che si esprime in un polso e in un’eleganza stilistici sin qui insperati:sequenze come quella del ‘volo’ del figlio di Ho-jeong e Young-jak, e dell’amplesso tra Ho-jeong e Ji-woon sono magistrali e memorabili.

Il successo de “La Moglie dell’Avvocato” ha permesso ad Im di concertare la sua provocazione più esplosiva con il film successivo,“The President’s Last Bang” (2005). Si tratta della rievocazione immaginifica (ma per Im si tratta della pura Verità, si legga l’intervista a seguire) della notte del 26 ottobre 1979, quando il Presidente Park Chung-hee fu assassinato da Kim Jaekyu,direttore dei servizi segreti coreani.Un film ontologicamente destinato alla controversia,in quanto basato su eventi e personaggi della storia coreana su cui ancora esistono giudizi ampiamente discordanti nell’opinione pubblica. Una controversia magnificata dal ritratto dissacratorio che Im tratteggia del dittatore Park, figura da molti ancora riverita come il padre della Corea contemporanea, di cui ha imposto con pugno di ferro l’impressionante sviluppo economico. In “The President’s Last Bang” Park è un vecchietto spocchioso, amante del bere e delle belle donne, che ama indulgere nell’ascolto degli “enka”, canzoni tradizionali giapponesi. Rispetto a Venere e Bacco invero la controversia non sarebbe bruciante, giacché simili vizi in una società machista come quella coreana (e non solo…) potrebbero da molti esser visti come trascurabili e simpatiche debolezze. La pietra del contendere è invece rappresentata dalla propensione di Park verso la cultura del nemico nipponico, negata recisamente dal figlio del dittatore che ha portato Im in tribunale per bloccare l’uscita del film (su questa questione si veda anche l’intervista ad Im e si noti che la figlia di Park,Geun-hye,guida del Grande Partito Nazionale di centrodestra al momento all’opposizione, e prossima candidata alle presidenziali coreane, ha preferito non entrare in maniera diretta nella vicenda giudiziaria). La sentenza del processo di primo grado ha autorizzato l’uscita del film, riconoscendo la manifesta natura finzionale dell’opera, ma ha richiedesto però l’espunzione delle sequenze documentarie in apertura e chiusura del film (rispettivamente immagini di proteste studentesche e riprese dal funerale di Stato di Park), adducendo ragioni di possibile confusione nel pubblico tra ciò che era documento e ciò che era finzione (!).“The President’s Last Bang” è quindi arrivato in sala, guadagnandosi l’appellativo di “film più politico mai realizzato in Corea” e ricevendo l’invito alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2005. Solo l’anno scorso, però, la sentenza della corte d’appello ha dato il via libera al reintegro delle sequenze tagliate, permettendo una prima mondiale del director’s cut del film all’11° Festival Internazionale di Pusan.

Al di là dello spinoso scrutinio giudiziario cui Im sapeva benissimo di andare incontro nel realizzare un’opera come The President’s Last Bang,e del suo encomiabile coraggio nel perseguire un simile progetto,il film è in sé una grande opera di cinema, capace di manovrare toni scivolosi come il satirico e il grottesco, di comporre sequenze di concitata febbrilità per poi rilassarsi in piani di morbida mobilità, di presentare una visione sulla Storia che non si vuole istantanea,ma che proietta le sue ombre e le sue conseguenze oltre il limitare della parola fine. Esemplari ed esplicativi in tal senso sono la struttura narrativa che colloca l’omicidio a metà film, sgonfiando pathos e attesa per l’evento clou a metà della sua durata, e l’epilogo che inventaria le sorti successive di coloro che furono coinvolti nella fatidica notte: gesti sommamente teorici che indirizzano la chiave di lettura proposta da Im, inquadrando la relazione tra le azioni dei singoli e il quadro generale in cui si collocano ed esprimendo la sua profonda disillusione sulla giustizia che fu fatta…

Dopo la spropositata querelle di “The President’s Last Bang”, Im si è dedicato al suo progetto sin qui più confortevole, l’adattamento di un romanzo di Hwang Seok-young, “The Old Garden” (2006), suo primo parto da un’idea originale non sua. L’intreccio prende le mosse dalla contestazione giovanile dei primi anni Ottanta, dal trauma della generazione di Gwangju e dalla vita in clandestinità che gli attivisti di sinistra condussero in seguito alla sanguinosa repressione della dittatura di Chun Doo-hwan, ma, sebbene denunci ingiuste carcerazioni durate sino ai giorni nostri, il film si adagia su toni convenzionalmente mélo che stemperano la vis di Im. Si tratta comunque di una buona pellicola di genere che la critica coreana ha apprezzato come tale.

Nonostante “The Old Garden” fosse probabilmente inteso a chetare acque e animi troppo mossi, pare che Im Sang-soo continui a incontrare resistenze e ostracismi nel milieu cinematografico coreano. Sentendosi artista incompreso, Im ha persino, tale e quale la Ho-jeong di “Girls’ Night Out”, dichiarato pubblicamente l’intenzione di auto-esiliarsi in Francia, dove la stampa cinematografica gli tributa più rispetto e ammirazione che in patria. Dopo Kim Ki-duk, Im Sang-soo s’appresta a divenire il nuovo caso di nemo propheta in patria del cinema coreano: che la Corea stia per perdere il suo più salutare provocatore?