17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze
17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze

AHN SUNG-KI

Nome in coreano: 안성기

Pronuncia del nome: An Seong-gi

Data di nascita: 01/01/1952

Sesso: Uomo

Biografia

Ahn Sung-ki è nato il 1° Gennaio 1952 a Daegu, in Corea del Sud. Ha iniziato la sua carriera all’età di soli 5 anni in “The Twilight Train” di Kim Ki-young, che gli offre un piccolo ruolo anche nel celeberrimo “The Housemaid” (1960). Per circa dieci anni non reciterà più in nessun film, laureandosi alla Hankuk University of Foreign Studies. Alla fine degli anni Settanta, torna al cinema non abbandonandolo più e partecipando fino ad oggi a più di cento film. Il 23 giugno 2012, insieme a Lee Byung Hun, è stato il primo attore coreano a lasciare le sue impronte a Hollywood, di fronte al Teatro Cinese di Grauman. Di recente è stato nominato rappresentante dell’UNICEF.
Nella lunga e gloriosa carriera di Ahn Sung-ki si specchiano i successi di mezzo secolo di cinema coreano. Dato che Ahn ha partecipato (da protagonista, ma non solo) a un gran numero di film coreani tra quelli più universalmente apprezzati, sia in patria che all’estero, la stampa nazionale lo ha ribattezzato come “l’attore coreano” per eccellenza. Grazie al suo inconfondibile stile, alla sua capacità di ricoprire ruoli complessi e di interpretare una grande varietà di personaggi, Ahn ha ottenuto il rispetto e l’ammirazione non solo del pubblico, ma anche della critica. Dopo aver vinto il premio come miglior attore-bambino per “Defiance of a Teenager” durante il San Francisco Film Festival del 1960 (è stato il suo terzo film per Kim Ki-young) Ahn è riuscito a mettere a frutto questa precoce esperienza e a trasformarsi in attore adulto dalla comprovata professionalità.
Durante una carriera lunga più di sessant’anni ha attraversato indenne tutti i momenti cruciali della storia del cinema coreano dal dopoguerra a oggi: ha collaborato intensamente con un venerato autore come Im Kwon-taek per classici come “Mandala”, “Festival”, “The Taebaek Mountains” e “Chihwaseon”. Al contempo ha partecipato ad alcuni dei più grandi successi (anche commerciali) del cinema coreano: “Whale Hunting”, “Deep Blue Night” e “Our Sweet Days of Youth” di Bae Chang-ho; “Spring in My Hometown” di Lee Kwang-mo; “White Badge” e “North Korea’s Southern Army” (per il quale ha ottenuto il Blue Dragon Award come miglior attore nel 1990) di Jung Ji-young; “Two Cops” di Kang Woo-suk; “Chilsu and Mansu” e “To the Starry Island” di Park Kwang-soo; “Nowhere to Hide” di Lee Myung-Se. Avendo vinto così tanti premi nei festival nazionali e asiatici (tra cui molti Baeksang Art Awards, l’ultimo nel 2012 per “Unbowed”), nel 1997 Ahn è stato consacrato come il miglior attore da «Cine21», la rivista cinematografica coreana più importante di oggi.
Oltre ad essere un un attore di fama internazionale, Ahn è diventato una vera e propria icona nazionale. E’ ad esempio onnipresente nel settore della pubblicità, dove spesso veste i panni di un padre affidabile. A lui l’immaginario coreano sembra aver affidato la rappresentazione del volto “umano” del potere. Ciò spiega perché ha interpretato ben due volte il ruolo di Presidente della Repubblica, in “The Romantic President” e “Hanbado”. Quella che gli dedica quest’anno il Florence Korea Film Festival è la sua prima retrospettiva europea.

Presentazione Critica

Non esiste forse in Corea del Sud un attore più famoso di Ahn Sung-ki. Stiamo parlando di una vera e propria icona nazionale, con all’attivo più di cento film, quanto basta per farne una leggenda vivente, nonché un testimone unico della storia del cinema coreano dal dopoguerra a oggi. Chi pensa che si stia parlando di un uomo avanti con gli anni dovrà tuttavia ricredersi perché questo “patron” ha in realtà da poco superato i sessant’anni. Eppure il suo primo cameo risale al 1957 quando, a soli cinque anni, Ahn calca le scene di un film di Kim Ki-young, “The Twilight Train”, regista che poi lo vorrà di nuovo con lui (giusto qualche anno dopo) per il celeberrimo “The Housemaid” (1960). Non è un mero dettaglio biografico perché la forza di Ahn, dal suo inconfondibile stile alla sua immagine divistica, sta proprio nell’aver attraversato indenne tutti i cambiamenti e le rivoluzioni vissute dal cinema coreano negli ultimi decenni: da enfant prodige a volto maturo, in ruoli drammatici o comico-grotteschi, al servizio di grandi autori come di film più smaccatamente commerciali, Ahn non si è mai tirato indietro rispetto a un modo di sentire il proprio lavoro come una sorta di “missione” calata nel proprio tumultuoso presente. La recitazione diventa ben presto per lui non solo un mestiere, ma un modo di incarnare una certa idea del cinema come collante della società, utile a volte a normalizzare e a volte a far esplodere le mille contraddizioni di un Paese costantemente diviso tra tradizione e modernità.
I film della retrospettiva che quest’anno gli dedica il Florence Korea Film Fest costituiscono una buona base di partenza per approfondire la figura di Ahn, che a differenza di alcuni suoi colleghi (come Song Kang-ho o Choi Min-sik, già ospiti a Firenze nelle passate edizioni) non è molto conosciuto dal pubblico occidentale, probabilmente perché ancora nessuno dei registi della Nouvelle vague coreana esplosa alla fine degli anni Novanta (Kim Ki-duk, Park Chan-wook, Bong Joon-ho, ecc.) ha voluto o potuto lavorare con lui. Peccato, perché se esiste un attore coreano capace di coniugare esperienza e intuito, oltre ad avere una straordinaria capacità di calarsi dentro i più diversi personaggi travalicando i generi, è proprio Ahn. In attesa di una storia ancora tutta da scrivere (è un auspicio il nostro), è dal decano del cinema coreano, il venerato Im Kwon-taek, e dai film che Ahn ha realizzato con lui, che bisognerebbe partire per fare una breve analisi dello stile dell’attore. Nella retrospettiva sono presenti due dei sette film che Ahn ha realizzato insieme a Im, “Festival” e “Revivre”, pellicole d’autore in cui l’attore si trova nei panni di due personaggi molto diversi. Nel primo film interpreta la parte di uno scrittore di successo alle prese con una sorta di “regolamento di conti” in seno alla sua famiglia, mentre nel secondo è un marito che vive accanto alla moglie gravemente malata, ma finisce per invaghirsi di una donna molto più giovane di lui. Pur nella diversità dei ruoli e delle situazioni drammatiche, la recitazione di Ahn segue alcune costanti, la prima delle quali è la straordinaria capacità di modellare il proprio lavoro alle immagini costruite da Im, che lavora molto sulla soggettività delle inquadrature, con la cinepresa che sta addosso agli attori, ma in maniera discreta e molto elegante. Questo rapporto intimo tra attore e macchina da presa Ahn lo vive attraverso un misurato sentimento fisico del corpo per cui, ogni gesto, ogni azione, ogni sguardo, risulta essere il frutto di un input interno (dunque emotivo) che si palesa in un movimento del corpo. Ahn riesce così a trasmettere allo spettatore la complessità del suo personaggio (condizione essenziale quando si affrontano film del genere, in particolare quelli diretti da Im), gestendo contemporaneamente più livelli emotivi. E’ per questo che in “Festival”, ma forse in maniera più accentuata in “Revivre”, si può parlare di un realismo interpretativo molto forte, reso magistralmente anche da un attento uso del trucco e dei costumi che servono, in questi specifici casi, da sostegno “esterno” alla buona riuscita dell’interpretazione.
Al di fuori del cinema di Im, queste costanti – che in realtà rivelano un metodo ben preciso – sono ravvisabili anche in un altro film della retrospettiva, lo splendido “Our Joyful Young Days”, un intenso melodramma in cui Ahn veste i panni di un uomo che vive una lunga storia d’amore segnata dal dilatarsi del tempo e dello spazio. Un film tutto giocato sul desiderio e sull’attesa, sentimenti che l’attore coreano coglie in pieno nel loro trasformarsi, affidandosi di nuovo a una dimensione interiore che lo spinge talvolta a trattenere al massimo i movimenti del corpo, conferendo ad ognuno di essi una portata straordinaria. Si tratta di un’interessante variante sul proprio stile di attore, che nella fase ormai matura della propria carriera, Ahn cerca di spingere sempre di più verso una dimensione espressiva per così dire, universale. E’ sempre in questo film che si percepisce anche un’altra virtù dell’attore coreano, quella di saper interagire alla perfezione con gli altri interpreti, specialmente con i deuteragonisti (soprattutto le donne), senza mai travalicare in quelli che sono gli spazi altrui, ma mettendosi al servizio di un’idea “comune” di presenza sulla scena.
Se in questi tre film l’attore è alle prese con i sentimenti, nei due titoli riconducibili al genere del film di guerra, “White Badge” e “Nambugun” egli si trova in tutt’altro contesto: si tratta di due pellicole fortemente antiretoriche, in cui l’esperienza bellica è causa di un profondo senso di smarrimento e di angoscia. In assenza di punti di riferimento, l’eroe di guerra classicamente inteso, cede il posto a figure umane che vivono sulla propria pelle il caos crudele del mondo. Ahn riesce a dare ai personaggi protagonisti di questi due film una dimensione tragica e straniante al contempo, puntando tutto su una recitazione febbrile, in cui stati emotivi e gestualità corporea si pongono in un continuum che esplode attraverso un caricamento espressivo molto forte. Siamo lontanissimi dalla recitazione trattenuta usata dall’attore nei film di Im Kwon-taek o in “Our Joyful Young Days”: qui si tratta piuttosto di rendere plasticamente tutto il senso di follia e di alienazione che assale i personaggi di fronte alla guerra, contribuendo così a dare al film una cornice ben precisa. E’ chiaro che il lavoro di Ahn qui non è più quello di sottrazione; al contrario, la necessità invece è proprio quella di caricare lo stile, per giungere alla rappresentazione – ancora una volta – di uomini che vivono sentimenti universali. Basterebbe rilevare queste differenze per capire come Ahn sia un attore capace di usare diversi metodi di recitazione (dall’immedesimazione all’imitazione), adattandoli a contesti e film diversi, per giungere tuttavia a un unico risultato ben preciso: rendere unico il proprio personaggio.
In tal senso è ancora più interessante osservare come l’attore si muove sul terreno della commedia, come lo sono “Radio Star” e “Gagman”. Nel primo film Ahn interpreta un ruolo piuttosto insolito per lui (è il manager di una capricciosa rockstar), mentre nel secondo recita nella parte di un attore che vive facendo la pantomima di Charlot in cabaret di terz’ordine. Se in “Radio Star” Ahn si “limita” a guidare il giovane attore che divide con lui gran parte del film (a conferma della sua capacità di saper lavorare in sinergia perfetta con qualsiasi tipo di interprete), è nel metacinematografico “Gagman” – un film dallo stile dichiaratamente parodico – che l’attore da’ il meglio di se, optando per un registro comico-grottesco teso a nascondere il proprio volto dietro la maschera. Si tratta di un lavoro sul proprio essere attore condotto attraverso una tecnica di recitazione dichiaratamente antimimetica (e come potrebbe essere il contrario?). L’obiettivo è quello della deformazione caricaturale e grottesca del tipo (l’attore sfortunato che sogna di girare un film e che per racimolare i soldi si improvvisa gangster) che Ahn interpreta. E lo fa articolando il proprio corpo e la propria voce in posizioni volutamente forzate, facendo un uso continuo degli oggetti di scena, sottolineando le azioni ripetute e sfruttando al massimo le potenzialità espressive dei costumi e degli accessori che indossa. Questa tecnica arrichisce molto un personaggio che altrimenti risulterebbe poco credibile, e che invece, nell’interpretazione di Ahn diventa quasi un buffo fantasma (quello di Charlot stesso?), traccia di una mitopoiesi cinematografica che non c’è più (da qui l’effetto nostalgia che provoca il film).
Questa straordinaria versalità nell’uso di differenti registri ha permesso ad Ahn di costruire uno stile perfettamente adattabile a qualsiasi film, genere e contesto che si trova ad affrontare. E’ la sua forza, quella di poter vestire i panni di chiunque, come solo i grandi attori sanno fare e ciò ha contribuito, con il passare del tempo, a non eclissare la sua buona stella, perché la tumultuosa crescita avuta dal cinema coreano negli ultimi anni (sia a livello industriale che sul piano estetico) ha costretto tutti gli attori e le attrici a ripensare il proprio ruolo e a mettersi al servizio di un cinema dalle forme sempre più ibridate. Tuttavia, senza il loro apporto, una buona parte del successo di pubblico e di critica di cui gode il cinema coreano oggi nel mondo, probabilmente non sarebbe stato possibile. Dal canto suo, Ahn non ha mai smesso di volgere lo sguardo ovunque, senza nessun pregiudizio, accettando ruoli diversi e confrontandosi con una molteplicità di registi davvero impressionante. E’ assai probabile che ora più che mai, egli si trovi nella posizione ideale per un attore-divo come lui; tant’è che la sua immagine, ormai gloriosamente rassicurante da “patron” per l’appunto, gli permette di essere “il” volto di un cinema nazionale che sa tenere insieme tradizione e modernità. Una sorta di ideale riflesso speculare, per una società che invece vive questo rapporto sempre in maniera problematica.