17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze
17th Florence Korea Film Fest - Festival dedicato al cinema coreano a Firenze

BLOODY TIE

Pronuncia Originale:
Sasaeng-gyeoldan
Titolo Italiano:
Una Decisione di Vita o Morte
Regista:
Anno:
2006
Durata:
117
Nazione:
corea del sud
Formato:
35mm
Tipologia:
Colore:
colore
Lingua:
coreano
Sottotitoli:
Italiano, Inglese
Genere:
,
Distribuzione Internazionale:
Interpreti:
Choi Jin-ho, Choo Ja-hyun, Hwang Jung-min, Jang Jun-nyeong, Jung Woo, Kim Hoon-hee, Kim Hye-jung, Kim Ui-seok, Kim Young-woong, Lee Eol, Lee Soo-hyun, Lim Hyo-woo, Min Do-gi, Park Jung-ryul, Park Yeong-soo, Ryoo Seung bum, Shin Jung-geun, Yu Jae-myeong
Sceneggiatore:
,
Direttore alla Fotografia:
Direttore delle Luci:
Costumista:
Effetti Speciali:
Edizione Festival:
Sezione Festival:
Orizzonti Coreani
Sinossi

La crisi finanziaria asiatica del 1997 colpisce la Corea: l’economia collassa e molti cercano panacea nel consumo di droga. Il business del traffico di stupefacenti conosce un boom senza precedenti e la polizia annaspa. A Busan, il quartiere di Yunsan, gremito di luccicanti bar e locali notturni, è il regno incontrastato di Lee Sang-do, giovane dealer che ha imperterritamente scalato la via al successo senza mai ‘farsi’ egli stesso, al contrario di gran parte dei colleghi. Una forza di volontà che gli deriva dal trauma della perdita della madre, bruciata viva in un’esplosione mentre lavorava per lo zio Taek-jo, lui stesso notorio spacciatore. Sang-do però fa il doppio gioco: è infatti l’informatore dell’agente della narcotici Doh Jing-wang, poliziotto corrusco e pronto a tutto. Anch’egli cela un trauma: il collega Choi morì in azione, tentando d’arrestare il signore della droga Jang-chul, in seguito rifugiatosi in Cina. Proprio per incastrare Jang-chul, tornato e di nuovo al timone del losco business, l’agente Doh stringe con Sang-do un nuovo patto di sangue.

Recensione Film

Tra i film di genere più apprezzati dalla critica coreana nel 2006, Bloody Tie è un thriller vigoroso, sanguigno e disperato, in cui la sottile linea che separa il bene dal male, il lecito dall’illecito, il morale dall’immorale si fa pressoché trasparente, si tende e si spezza. I protagonisti, lo spacciatore Sang-do e l’agente della narcotici Jing-wan, condividono un alto quoziente di ambivalenza morale, dove il minimo comune denominatore è l’incapacità di sottrarsi alle trappole del destino. Sang-do è stato avviato allo spaccio dallo zio Taek-jo sin dalla scuola media, ma per non diventare come lui s’astiene rigorosamente dal consumo di droga, e punta tutto sul divenire un boss di prima levatura; quando scopre che Ji-young, l’ex-fidanzata di un boss che ha aiutato ad arrestare, è imbottita di droga e costretta alla prostituzione dal dealer che gli ha rubato il mercato dopo un breve arresto, la salva, adoperandosi per la sua disintossicazione. Jing-wang di suo vive nell’ombra del collega Choi, morto in azione; è divenuto l’amante della moglie del defunto e ha giurato al figlioletto di vendicare il padre, ma la sua indagine locale si ritrova a confliggere con il procuratore distrettuale che gioca d’ambizione sul piano nazionale. La frustrazione di Jing-wang, resa magnificamente da Hwang Jeong-min, uno dei migliori attori coreani del momento (lo si può vedere al festival pure ne La Moglie dell’Avvocato), lo spinge ad adottare ogni mezzo per compiere la sua vendetta, compreso l’utilizzo spregiudicato di Sang-do, interpretato da un altrettanto eccelso Ryoo Seung-beom (fratello del regista Ryoo Seung-wan). Un patto che quest’ultimo descrive come il rapporto tra l’alligatore e il piviere che ne ripulisce la dentatura. Un gran thriller nervoso e vibrante i cui scossoni e split screen hanno un retrogusto da cinema USA anni ’70 e ’80: la palude tragica Busan ricorda così la Miami della serie Miami Vice, meno cool, più cruda. Non perdete la sequenza post-titoli di coda!